Presidenza PLR
Rumour: Nicola Pini presidente del PLRT…
Caffé della domenica (13 maggio 2012)
Servizio di Teleticino (12 maggio 2012)
Corriere del Ticino (29 febbraio 2012)
Ticinolive (29 febbraio 2012)
Ticinolibero (28 novembre 2011)
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Corriere del Ticino (29 febbraio 2012)
Ticinolive (29 febbraio 2012)
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Nicola Pini, Presidente Distretto PLR di Locarno
(Pubblicato in Opinione Liberale, 6 aprile 2012)
A conti fatti, una conclusione mi sembra netta: il Partito liberale radicale nel Locarnese ha di fatto compiuto qualche – forse non lungo e rapido, ma sicuramente deciso – passo in avanti, non solo aggiungendo il sindacato di quindicina di Brione sopra Minusio a quelli riconfermati di Locarno, Ascona, Minusio, Tenero-Contra, Centovalli, Gambarogno e Brissago, ma soprattutto consolidando il proprio primato in due terzi dei Municipi e in oltre la metà dei Consigli comunali della regione. Per il PLR una gustosa e succosa tornata elettorale, dunque, che trova nel Comune di Losone la proverbiale ciliegina sulla torta: raddoppio dei municipali, due consiglieri comunali e una quarantina di schede in più rispetto al 2008, conquista del primato partitico nel borgo. E mettiamoci anche la panna, sulla torta: conquista della maggioranza assoluta in Municipio nel Comune di Centovalli, con l’aumento da due a tre municipali.
Trend positivo, questo, ampiamente confermato dallo spoglio delle schede per i Consigli comunali: aumento di due seggi a Locarno – e, come detto, a Losone – e di un seggio a Tenero-Contra, Gordola, Ronco sopra Ascona e Brione sopra Minusio. Sebbene qua e là si sia registrata qualche perdita, il PLR ha confermato le proprie posizioni in Consiglio comunale anche in quei Comuni nei quali si è perso un municipale, per poche schede – è il caso di Ascona e del Gambarogno, dove il quarto rispettivamente terzo municipale sono stati ottenuti quanto meno con sorpresa alle scorse elezioni – o per ragioni contingenti, come a Brissago, a seguito della formazione di una lista parallela, che peraltro non ha eroso il gruppo in Consiglio Comunale, certo ridotto di un seggio, ma comunque rimasto solidamente a quota 13 eletti. Insomma, le eccezioni che confermano la regola.
Un ultimo dato – che da ex Presidente del movimento giovanile cantonale non può che essermi particolarmente caro – riguarda i giovani locarnesi eletti, circa una quarantina per il nostro Partito: più che i risultati conseguiti in questa tornata elettorale, infatti, è la loro presenza e il loro entusiasmo che, appaiate alla consolidata esperienza delle vecchie volpi della politica, lasciano davvero ben sperare per il futuro. Un futuro che il PLR intende costruire assieme ai propri elettori: si farà dunque più solida e costante la tradizione – inaugurata lo scorso mese di marzo – dei workshop tematici, volti alla ricerca di soluzioni condivise. Due le abbiamo già identificate e figurano nella maggior parte dei programmi sezionali: la razionalizzazione dell’illuminazione pubblica e il conseguimento del label “Città dell’energia”. Altre sfide, però, ci aspettano: al lavoro, uniti, con coraggio e determinazione!
La prima edizione del Workshop Noi il Locarnese!, organizzato dal Distretto PLR di Locarno, ha avuto un ottimo successo: un’ottantina di persona hanno infatti discusso costruttivamente su temi importanti per la regione, permettendo di identificare delle prime piste di riflessione che saranno approfondite in un prossimo appuntamento, previsto in autunno. Come ho dichiarato al Corriere del Ticino (Leggi l’articolo del Corriere del Ticino) l’idea è quella di superare il modello di comunicazione verticale che caratterizzava i vecchi partiti, allo scopo di combattere il disinteresse verso la cosa pubblica e di avvicinare i vertici e la base, ma anche di promuovere il dialogo orizzontale tra le sezioni PLR attive nei diversi Comuni.
Oggi, insieme a oltre un centinaio di persone, ho firmato un appello pubblicato sui tre quotidiani ticinesi (Visualizza l’inserzione) per ringraziare Dick Marty della sua lunga attività in seno alle pubbliche istituzioni del nostro Paese, che ha servito operando in ognuno dei tre poteri, da quello giudiziario (Procuratore pubblico dal 1975 al 1989) a quello legislativo (senatore al Parlamento federale dal 1995 al 2011) passando da quello esecutivo (consigliere di Stato dal 1989 al 1995). Una persona che ammiro moltissimo e che ringrazio di cuore per i preziosi insegnamenti.
Intervista del Giornale del Popolo ai Presidenti distrettuali del Locarnese
Nicola Pini
(Pubblicato in La Regione Ticino, 24.12.2011)
Fra i fondatori, nel gennaio del 1974, della sezione ticinese di Amnesty International compaiono non solo consiglieri di Stato, giudici, procuratori e avvocati, ma anche molti artisti e intellettuali, tra i quali diversi accademici, il Direttore generale dell’allora RTSI, il Direttore della biblioteca cantonale, un attore e uno scrittore: presenze, quest’ultime, che meritano di essere sottolineate. Non solo per il loro ruolo di simboli e rappresentanti della « coscienza umana », come affermato dallo scrittore e attivista egiziano Musaad Abu Fagr, rinchiuso tre anni in carcere senza l’ombra di un processo per aver cercato di difendere i diritti dei beduini del Sinai e per essersi opposto al regime di Mubarak. Non solo perché – ha ammesso Dick Marty, relatore accanto al blogger egiziano in una tavola rotonda organizzata per festeggiare i cinquant’anni di Amnesty International – « le istituzioni non garantiscono, da sole, né giustizia né libertà ». Ma soprattutto perché loro, gli intellettuali, hanno un potere che, se esercitato, può essere devastante: i valori repubblicani che ancora oggi ci ispirano grazie alla rivoluzione francese sono frutto della presa della Bastiglia o dell’energia dell’Illuminismo francese dei Voltaire, dei Diderot e dei D’Alambert? I soldati americani abbandonarono il Vietnam – con la coda fra le gambe – per la guerriglia dei Vietcong o per la rivolta giovanile, gli obiettori di coscienza o i movimenti di disobbedienza civile che si svilupparono negli Stati Uniti grazie alla caparbia di grandi leader? Io non ho dubbi, la forza delle idee non va sottovalutata, anzi, « la penna è più potente che la spada ».
Proprio per questo credo nell’assoluta necessità, oggi più che mai, di una maggior presenza pubblica da parte degli intellettuali. I quali devono – dovrebbero? – non solamente come da tradizione rappresentare criticamente la realtà e alimentare il dibattito pubblico, ma soprattutto risvegliare le persone che compongono la nostra società, loro malgrado sempre più assopite – vuoi dall’overdose informativa, da una vita professionale sicuramente (troppo) impegnativa, da un benessere minimo diffuso, dal disinteresse, dalla ricerca del quieto vivere, dall’assillo di difendere i propri privilegi.
In breve, indurre ad indignarsi. Perché non ci si può che indignare di fronte al non rispetto dei più basilari diritti umani, calpestati non solamente a migliaia di chilometri di distanza, ma anche alle nostre latitudini: Norberto Bobbio ci insegna infatti che essi evolvono – per definizione – di pari passo con la società che li circonda. Occorre quindi considerare non solo i diritti umani tradizionali, ancora impercettibili in molte zone del mondo, ma anche altri diritti dell’uomo che, anche alle nostre latitudini, non sono per nulla scontati, quali il diritto all’alloggio, il diritto all’accesso alle cure di base, il diritto ad una formazione adeguata, il diritto al lavoro, il diritto alla dignità: basti pensare, a puro titolo di esempio, che in Svizzera vi sono oltre 120’000 working poor, vale a dire persone che, pur lavorando, non guadagnano a sufficienza per mantenersi e, pagati affitto e assicurazioni, si ritrovano ben al di sotto della soglia di povertà, per una persona sola meno di 2’400 al mese.
Quell’indignazione che conduce all’assunzione di responsabilità, alla mobilitazione, alla partecipazione e all’azione dei cittadini, la forza tranquilla dietro le grandi difese e le grandi conquiste. Quell’indignazione che oggi purtroppo manca e che forse solo gli intellettuali possono risvegliare, a tutto vantaggio di un dibattito pubblico e politico purtroppo sempre più ristretto, nel numero e nel livello. Ben vengano quindi, anche sui nostri quotidiani, le troppo rare riflessioni dei vari intellettuali nostrani…e che aumentino!
Quella che termina oggi con l’elezione degli amici Fulvio Pelli e Ignazio Cassis è stata la mia prima campagna elettorale: a 26 anni, ho portato a casa un risultato grandioso, raccogliendo quasi 20’000 voti personali. Mi sono inoltre confrontato con temi entusiasmanti come l’energia, la formazione e l’economia: sono priorità per il Nostro Paese che dovranno rimanere tali anche dopo la campagna elettorale che li ha messi al centro del dibattito politico.
Un grazie di cuore a tutti Voi che mi avete sostenuto – supportato o semplicemente sopportato – con tanto coraggio, perchè ci vuole coraggio a dare il voto ad un giovane. Negli ultimi mesi ho potuto contare su molti amici che mi hanno aiutato in campagna con ruoli diversi, grazie di cuore a tutti.
Farò tesoro della vostra fiducia e dell’esperienza maturata e accumulata in questi mesi per continuare a impegnarmi con umiltà per la cosa pubblica. Torno al lavoro al Dipartimento delle Finanze e dell’Economia con una convinzione: quando si vuole davvero raggiungere un obiettivo … si può fare!
Intervista su “L’Universo”, giornale studentesco universitario indipendente
Alcuni miei amici spiegano perché mi voteranno il prossimo 23 ottobre: guarda i loro filmati.
Ecco il mio contributo sul domenicale Il Caffè di domenica 16 ottobre
“La conoscenza rende liberi e competitivi, mentre il lavoro e un’equa retribuzione garantiscono la dignità umana: per questo dobbiamo puntare sulla formazione e la ricerca. La Svizzera non dispone di materie prime, ma di molta materia grigia, che va sostenuta e valorizzata. Un’adeguata formazione – che trovi il giusto equilibrio tra la cultura generale e le competenze richieste dal mondo del lavoro – è la base per garantire un posto di lavoro ai giovani ticinesi: investiamo con intelligenza nell’intelligenza, garantendo a tutti una formazione di qualità e valorizzando tutte le categorie professionali.”
L’AMBIENTE vota PINI, Pini a Berna voterà per l’ambiente: un sincero ringraziamento agli amici dell’Associazione liberale radicale per l’ambiente (ALRA)
Il sistema sanitario in Svizzera è il secondo più caro di tutta Europa e, ogni anno, la spesa aumenta di circa due miliardi di franchi, riversandosi naturalmente sui premi di cassa malati: evidemente tale esplosione dei costi della salute va frenata, senza però scalfire l’elevato standard raggiunto dal nostro sistema sanitario. Qualità delle cure e accesso a cure di qualità – poiché la salute è un autentico diritto di ognuno, ricco o povero che sia – richiederanno maggiore razionalità nell’offerta, evitando doppioni e stimolando la cooperazione.
Una maggiore razionalizzazione che si può ottenere certo attraverso il nuovo finanziamento ospedaliero e la riforma delle cure integrate – forse attraverso l’adozione di una cassa malati pubblica – ma anche attraverso un potenziamento e affinamento della prevenzione. La prevenzione è infatti un tassello fondamentale del sistema sanitario, il quale non deve occuparsi solamente di curare le malattie, ma anche di prevenirle, comportando così non solo un miglioramento generale della qualità di vita, ma anche un risparmio dal punto di vista economico. Da qui l’importanza di una legge federale che coordini e strutturi le varie attività di prevenzione sul territorio nazionale, anche se la competenza è principalmente dei Cantoni: una cosiddetta legge d’organizzazione che – pur senza definire programmi di prevenzione specifici – assicuri una certa coerenza delle attività sul piano nazionale, migliorandone sia l’efficienza – evitando doppioni o azioni ininfluenti – sia il grado d’impatto sulla salute pubblica. Una legge che fornisca infine a queste attività non solo finanziamenti stabili e sicuri, ma soprattutto indirizzi e linee guida, possibilmente concordate tra Confederazione, Cantoni e organizzazioni private: la prevenzione, infatti, non s’improvvisa, ma si coltiva sul sapere esistente. Per dei cittadini sani e per delle finanze sane “prevenire è meglio che curare”, lo dicevano già i nostri nonni.
Il 21 settembre 2011 è stato firmato un accordo in materia fiscale tra Svizzera e Germania che apre la possibilità di un nuovo balzo in avanti dopo la svolta del marzo 2009, in cui la Svizzera si era impegnata ad adeguarsi agli standard internazionali dell’OCSE introducendo nell’ambito delle convenzioni bilaterali di doppia imposizione clausole di assistenza amministrativa che aprivano la porta a richieste mirate di informazioni bancarie da parte di Amministrazioni fiscali estere. Questo accordo incorpora una proposta che ha origine in Ticino: il modello Rubik – ideato da Alfredo Gysi e da BSI – che introduce un’imposizione alla fonte secondo le aliquote tedesche per i redditi di conti bancari in Svizzera detenuti da contribuenti tedeschi. L’originalità della proposta è di preservare da un lato la sfera privata del cliente, e di garantire dall’altro le entrate fiscali dell’altro Stato: una win-win-win situazione (per il cliente, la banca, e lo Stato estero) che consente di tenere lontano lo spettro dello scambio automatico delle informazioni. Fin qui, nell’ottica di una auspicata da più parti rapida ripresa dell’Accordo tedesco con l’Italia, tutto bene. Vi sono invece due elementi dell’accordo con la Germania che richiedono una particolare cautela e non possono essere asportati tali e quali in un eventuale accordo con l’Italia, elementi che concorrono a determinante un crescente scollamento tra l’entusiasmo delle prese di posizione ufficiali, e le preoccupazioni di clienti e addetti ai lavori.
1. L’accordo con la Germania prevede una sanatoria per la regolarizzazione dei patrimoni tedeschi non dichiarati in passato, con un’aliquota fino al 34% delle sostanze depositate. Come è noto, in Italia hanno avuto luogo diversi scudi fiscali con aliquote di regolarizzazione assai più allettanti nell’ordine di circa il 5%. In Germania vi è invece una cultura politica assai più rigorosa in materia di amnistie fiscali. A meno di voler incentivare la fuga in massa dei clienti italiani verso altre piazze finanziarie, è inconcepibile immaginare una sanatoria con un’aliquota analoga a quella con l’accordo con la Germania, la stessa va invece fissata nell’ordine di grandezza degli scudi passati, e non è in ogni caso negoziabile un’asticella superiore al 10%.
2. L’accordo con la Germania introduce una forma di assistenza amministrativa allargata, secondo cui, per un certo contingente massimo di casi, la Germania può avanzare richieste di collaborazione alla Svizzera rispetto a determinati contribuenti anche senza dover precisare i motivi che la inducono a ritenere che gli stessi abbiano degli averi in Svizzera. E l’autorità svizzera è poi chiamata a farsi parte attiva per verificare se gli stessi dispongano di relazioni bancarie nel nostro Paese. Si tratta di una modalità di collaborazione che va ben oltre i parametri internazionali dell’OCSE, che esigono che l’autorità richiedente abbia a precisare nella sua domanda i motivi che la portano a ritenere che le informazioni richieste si trovano in Svizzera presso intermediari finanziari concretamente individuabili, se non mediante l’indicazione del nome dell’istituto bancario detentore delle informazioni almeno sulla base di altri elementi. Questo cedimento rispetto alla prassi internazionale dell’OCSE va senz’altro corretto in un eventuale accordo con l’Italia.
3. Infine, nelle contropartite che la Svizzera a giusta ragione rivendica (quindi, sostanzialmente, la cessazione di ogni forma di discriminazione fiscale – in particolare l’esclusione del nostro Paese da “black lists” e l’inclusione in “white lists” – e di criminalizzazione degli intermediari finanziari svizzeri, nonché il pieno accesso di questi ultimi in maniera transfrontaliera ai mercati esteri), va precisato, rispetto a quanto previsto nell’accordo con la Germania, che tale apertura non deve andare a beneficio solo delle banche, ma di tutti gli intermediari finanziari, ivi inclusi quindi i gestori indipendenti e i fiduciari che tanto pesano nel tessuto economico ticinese.
La politica ticinese chiede a gran voce di essere coinvolta nelle negoziazioni con l’Italia: il nostro apporto ticinese non può però limitarsi a uno slancio generico verso un abbraccio precipitoso tra i due Stati, ma deve sapere formare una posizione negoziale precisa (anche nei dettagli e nei cavilli, in cui, come si sa, si nasconde il diavolo) e ferma. La fermezza, e la lucidità, sono necessarie non solo verso l’estero, ma anche internamente verso associazioni nazionali di categoria (leggi ad esempio Associazione svizzera dei banchieri): una cosa è infatti promuovere legittimamente l’interesse dei propri membri, tra i quali spiccano grandi istituti globali (delle autentiche multinazionali in ambito finanziario, il cui raggio di azione è necessariamente assai più vasto di quello svizzero, ecco quindi ad esempio che, parallelamente alla riduzione delle attività in Svizzera, possono aprirsi nuovi scenari di sviluppo per le stesse imprese in Germania, in Italia, o a Singapore), un’altra è mettere in atto una politica di sviluppo territoriale, volta alla creazione di occupazione e valore aggiunto sul territorio. La fermezza e la lucidità sono in parte venute meno negli ultimi tempi, devono essere pienamente recuperate oggi, per tutelare una piazza finanziaria che, con i suoi occupati, il suo indotto, e le sue ricadute fiscali, contribuisce in maniera determinante al tessuto economico-sociale ticinese.
1) Il Ticino è dimenticato da Berna? Sì, no e perché? Non per forza: dobbiamo mostrare maggiore competenza, compattezza e credibilità.
2) La Svizzera deve continuare sulla via dei bilaterali? Si, sono necessari e vanno sostenuti tramite un rafforzamento delle misure d’accompagnamento a tutela dei lavoratori.
3) Condivide il blocco dei ristorni dei lavoratori frontalieri deciso dal Consiglio di Stato? No, non era necessario: infatti non è servito a nulla.
4) È favorevole al raddoppio della galleria stradale del Gottardo? Si, per migliorare la sicurezza ed evitare l’isolamento occorrono due tubi monodirezionali (senza aumento di capacità).
5) La Svizzera può fare a meno dell’energia nucleare? Si, dobbiamo puntare sulle energie rinnovabili (in particolare l’acqua) e sul risparmio energetico.
6) Il costo dell’assicurazione malattia preoccupa gli svizzeri. Una cassa malati unica e pubblica è la soluzione? Può concorrere a una razionalizzazione del sistema sanitario.
7) I partiti devono far conoscere bilanci e provenienza delle entrate? Si: maggior trasparenza equivale a maggior credibilità.
8 ) Fa discutere da tempo il peso delle lobby nella politica federale. Lei ha una o più lobby di riferimento? Ma le pare che possa avere una lobby? No, non rappresento alcuna lobby
9) Chi paga e quanto costa la sua campagna? Pago di tasca mia: spenderò circa 10’000 Franchi.
10)Se eletto/eletta quale sarebbe la prima proposta concreta che farebbe? Una sessione parlamentare in Ticino, come alcuni anni fa: fu un’ottima esperienza. I politici devono conoscere meglio il Ticino.
La mobilità è importante, non va ridotta, ma resa più efficiente ed ecologica: ognuno deve poter scegliere il trasporto giusto per andare nel posto giusto. Dobbiamo – dove è possibile e razionale – potenziare i trasporti pubblici, migliorando la qualità dell’offerta per renderli più attrattivi e curando la loro integrazione con la mobilità privata: strada e ferrovia non devono essere contrapposti, ma complementari. Al contempo dobbiamo ridurre l’inquinamento della mobilità privata attraverso lo sviluppo di auto elettriche o della tecnologia ibrida.
(Il Caffé della domenica, 9 ottobre 2011)
Ospiti e pubblico delle grandi occasioni ieri sera per la presentazione del libro “Reporter – L’informazione alla televisione della svizzera italiana”. L’autore Nicola Pini, pungolato dal moderatore Michele Fazioli, ha percorso trasversalmente la sua pubblicazione (lavoro di mémoire del master) improntata sul programma degli anni ’70-’80 Report, trasmesso dall’allora chiamata TSI. Spinto dalla passione per politica, storia e informazione televisiva, Nicola Pini ha sottolineato nel suo libro, fra le altre cose, il tratto principale del programma: l’apertura verso il mondo, senza tuttavia dimenticare le realtà locali. A seguire sono poi intervenuti due ospiti d’eccezione: il già consigliere federale Pascal Couchepin e l’attuale direttore del quotidiano La Regione Matteo Caratti che hanno concentrato le loro relazioni sulle libertà fodamentali e i complessi meccanismi fra media e potere.
Guarda il servizio su Teleticino
Leggi il reportage e guarda a gallery su ticinolibero
Leggi l’intervista a Pascal Couchepin: “Il mio amico Nicola Pini”
Ieri i Giovani liberali radicali ticinesi hanno consegnato al Comitato per il completamento del Gottardo oltre 5’000 firme contro la chiusura per tre anni del tunnel autostradale del San Gottardo: la petizione chiede a Cantone e Deputazione ticinese alle Camere di attivarsi affinché la Confederazione si adoperi ad evitare l’isolamento del Canton Ticino per ben 900 giorni, un isolamento che arrischierebbe di mettere in ginocchio l’economia e il turismo ticinesi.
Il Gran Consiglio ha approvato – 68 sì e 4 astensioni – il decreto legislativo concernente la ratifica del Cantone Ticino all’Accordo intercantonale sull’armonizzazione dei criteri per la concessione delle borse di studio. Si tratta di una grande vittoria per i Giovani liberali radicali ticinesi che, per favorire tale decisione, l’anno scorso avevano lanciato una raccolta firme. L’adesione all’accordo intercantonale ha adeguato l’assegno massimo al fabbisogno medio annuo di uno studente – i 13’000 CHF non bastavano più a coprire i costi reali, stimati tra i 15 e i 18’000 CHF – e ha reso – con il passaggio del sistema di calcolo dal reddito imponibile a quello disponibile – la distribuzione delle borse di studio più corretta ed equa, consolidando così la democratizzazione degli studi che ha fatto il benessere del nostro Paese. Investiamo nella formazione dei nostri giovani!
La Svizzera uscirà dalla produzione di energia da fonte nucleare: punteremo sull’efficienza energetica e sulle energie rinnovabili. Abbiamo quindi un’interessante opportunità di sviluppo economico e di creazione di posti di lavoro che va sfruttata appieno. A livello politico dovremo stringere un PATTO AMBIENTALE: l’economia dovrà accettare un contenuto aumento dei prezzi dell’elettricità e le associazioni ambientaliste dovranno evitare di opporsi sistematicamente alla creazione di parchi eolici o centrali idroelettriche.
(Il Caffé della domenica, 26 settembre 2011)
Quando incontro dei bambini delle elementari constato con dispiacere come il problema del sovrappeso si sia amplificato rispetto a quando la loro età l’avevo io – e, parliamoci chiaro, non mi sembra sia passato un secolo. Un’evoluzione dovuta al fatto che, oggigiorno, le persone si muovono sempre meno, in quanto il progresso, oltre a delle indiscusse comodità, ha purtroppo generato anche un eccesso di sedentarietà: fra le mode poco sportive impossibile non citare il classico – ma purtroppo diffuso – esempio del trasporto casa-scuola che non si effettua più a piedi o in bicicletta, ma seduti in comodi e inquinanti SUV. Certo, utilizzare un veicolo elettrico o ibrido – come ho fatto io per la campagna elettorale – risolverebbe parzialmente il problema, se non fosse che quello del sovrappeso – in particolare tra i più giovani – è oggi un importante problema di salute pubblica che non va assolutamente sottovalutato viste le importanti ricadute in termini di malattie e, di conseguenza, di costi per il sistema sanitario. Un problema la cui risoluzione risiede non tanto in strane (e pericolose) cure dimagranti, ma piuttosto in un’accurata e sistematica prevenzione: dimagrire o semplicemente non ingrassare? Curare un cancro ai polmoni o non iniziare a fumare Disintossicarsi dall’alcool oppure non iniziare a bere se non con moderazione? Ecco alcune domande – certamente un po’ retoriche e provocatorie – che però illustrano quanto sia determinante la prevenzione: un tassello fondamentale del sistema sanitario, il quale non deve occuparsi solamente di curare le malattie, ma anche di prevenirle, comportando così non solo un miglioramento generale della qualità di vita, ma anche – fattore non di poco conto in un momento in cui la crescita dei costi della salute galoppa a 2 miliardi l’anno – un risparmio dal punto di vista economico.
Ben venga, quindi, la nuova Legge sulla prevenzione in discussione al Parlamento federale: finora la Confederazione non ha trattato il tema della prevenzione a 360 gradi perché la competenza è principalmente dei Cantoni, ma sono sempre più persuaso della necessità di una legge federale che coordini e strutturi le varie attività di prevenzione sul territorio nazionale. Una cosiddetta legge d’organizzazione che non intende definire programmi di prevenzione specifici, ma piuttosto assicurare una certa coerenza delle attività sul piano nazionale, migliorandone sia l’efficienza – evitando doppioni o azioni ininfluenti – sia il grado d’impatto sulla salute pubblica. Una legge che fornisce a queste attività non solo finanziamenti stabili e sicuri, ma soprattutto indirizzi e linee guida: importante in questo senso è lo strumento della definizione, ogni otto anni, di chiare strategie preventive concordate da Confederazione, Cantoni e organizzazioni private. La prevenzione, infatti, non s’improvvisa, ma si coltivata sul sapere esistente: proprio per questo un apposito organo nazionale di coordinamento, che già esiste (Fondazione Promozione Salute Svizzera), fungerà da centrale di gestione e trasmissione dell’informazione necessaria per avviare progetti di prevenzione.
Un maggiore coordinamento a livello nazionale è però necessario non solo per avere maggior impatto di fronte alle malattie degenerative (cardiovascolari), tumorali e metaboliche (soprattutto il diabete), ma anche per chiarire i flussi finanziari e per garantire ai cittadini un efficiente impiego dei loro mezzi finanziari: lo spendere bene i soldi dei cittadini è infatti un imperativo etico importante per noi liberali radicali e la prevenzione – unitamente a una razionalizzazione delle strutture ospedaliere – vi contribuisce.
Per dei cittadini sani e per delle finanze sane “prevenire è meglio che curare”, lo dicevano già i nostri nonni: la rivoluzione del buon senso!
(La Regione, 22.9.2011)
Nell’attuale dibattito sull’aggregazione dei Comuni della sponda sinistra della Maggia ci si sofferma spesso sulla questione della « progettualità », uno degli obiettivi della fusione secondo i favorevoli, elemento invece assente – a dire degli scettici e dei contrari all’unione dei sette enti locali – nel progetto di aggregazione elaborato dalla Commissione di studio.
Certo, sono ben coscio del fatto che la problematica delle aggregazioni comunali abbracci più aspetti, ma ciò che mi preme sottolineare è come l’aggregazione non sia un fine e men che meno la medicina immediata per tutte le difficoltà che riscontra il nostro comprensorio, ma piuttosto uno strumento al servizio degli enti pubblici e degli attori che determinano la vita politica della regione: uno strumento che, se concretizzato, può concorrere a creare maggiori e migliori premesse per lo sviluppo economico e sociale del Locarnese. Unirsi in un unico nuovo Comune, infatti, è un modo non solo per creare quell’architettura istituzionale affinché i progetti regionali – come la Casa del Cinema o il Centro congressuale – e le opere comuni – come il rifacimento di strade o la valorizzazione della Rivalago – possano concretizzarsi senza dover attendere i lunghi tempi che il coordinamento fra le varie autorità necessita, ma anche per concentrare razionalmente le risorse dotandosi della possibilità di procedere a investimenti che altrimenti non potrebbero esser eseguiti dai singoli Comuni, se non tramite eccessivi o improbabili indebitamenti.
L’aggregazione è inoltre uno strumento per dotare il Locarnese di una voce unica e soprattutto autorevole, affinché questa venga ascoltata e rispettata non solo dalle altre regioni, ma anche dalle autorità cantonali e federali. Oggigiorno, il Cantone o la Confederazione possono rivolgersi rapidamente ed efficacemente alle nuove città di Lugano e Mendrisio, le quali dimostrano di avere una notevole forza contrattuale: cosa che, purtroppo, per il Locarnese non avviene. Il risultato è semplice: rimanere frammentati significa privarsi della possibilità di imporsi quando si tratta di difendere gli interessi della propria regione o di conquistare opportunità utili allo sviluppo regionale.
Come detto le idee nel Locarnese non mancano, si possono anzi ritrovare nel progetto di aggregazione, nel piano d’agglomerato e nello studio strategico, nei quali figurano fondamentali spunti e visioni per lo sviluppo della nostra regione: tocca ora ai cittadini dotarsi di un utile strumento che ne possa favorire e
incoraggiare la realizzazione.
Martedì sera all’interno del salone della Concessionaria Toyota e Seat Auto Storelli di Ascona si è tenuta una presentazione sulla mobilità sostenibile allo scopo di informare i politici di domani sugli sviluppi delle eco-tecnologie legate alla mobilità e sugli aspetti politici che ne conseguono. Sebbene nella platea figurassero il Gran Consigliere Stefano Steiger e diversi giovani Consiglieri comunali della regione, la serata era dedicata soprattutto ai giovani candidati di tutti i partiti alle prossime elezioni federali, fra i quali erano presenti Nicola Pini (PLRT), Denise Maranesi (PS), Simone Ghisla (PPD) e Lara Filippini (UDC).
La serata è stata aperta dal direttore dell’Auto Storelli, signor Werner Sigrist, che dopo aver porto un caloroso benvenuto e ricordato una breve storia della concessionaria ha provveduto alla presentazione dei tre conferenzieri. Successivamente ha preso la parola l’ingegner Giacomo Albisetti della Protoscar di Rovio che ha illustrato il funzionamento e la fattibilità del veicolo a propulsione completamente elettrica. In un secondo tempo l’ingegner Raffaele Domeniconi, direttore della Infovel, fondazione attiva nella promozione della mobilità ecosostenibile, ha avuto modo di esporre l’operato e gli attuali obiettivi del suo team, sensibilizzando i giovani politici sulle misure attualmente in vigore e su quelle che potrebbero essere introdotte in futuro per migliorare la sostenibilità della mobilità privata. In conclusione ha parlato il delegato di Toyota Svizzera, Signor Martin Marthe che non solo ha evidenziando l’operato dell’azienda per la quale lavora, leader nel settore della mobilità ibrida idrocarburi-elettrica, ma ha invitato a visionare e testare – prima assoluta in Ticino – la praticità e la concretezza dei due veicoli ibridi modello Prius Plug-in di Toyota presenti all’esterno dell’edificio, messi gentilmente a disposizione per delle prove su strada. Era altresì possibile prendere posto all’interno della scocca futuristica della sportiva a propulsione totalmente elettrica creata dalla Protoscar, anch’essa a presente nel parcheggio esterno.
Commento Nicola Pini: “Una serata interessante perché molto si può ancora fare nel campo dell’efficienza energetica nel settore della mobilità: certo potenziando e migliorando l’offerta dei trasporti pubblici dove possibile, ma anche ottimizzando l’efficienza della mobilità privata, non solo investendo nell’innovazione (politica tecnologica), ma anche applicando rigidi standard minimi (i veicoli nuovi devono rispettare la norma di 130g di CO2 al chilometro) e rendendo sempre più attrattivi i mezzi ecologici. Come? Un’idea interessante è sortita dalla serata e diversi Consiglieri comunali ne hanno preso nota: riservare dei parcheggi – possibilmente in zone strategiche – a veicoli poco inquinanti“.
Passeggiando per le strade ticinesi in questi giorni mi è più volte capitato di udire – per poi ritrovarli nero su bianco nelle Lettere dei lettori reperibili sui quotidiani locali – commenti negativi relativi al decimo anniversario dell’11 settembre. È purtroppo vero che sia la storia recente sia la cronaca contemporanea presentano svariati e toccanti esempi di tragedie, spesso con molti più morti dei 2996 del 9/11: ma è davvero di questo che stiamo parlando? Il punto è davvero un’assurda bilancia in cui dolore, frustrazione, voglia di ricordare – e non dimenticare – vengono più o meno legittimate in base alla quantificazione o all’enumerazione delle tragedie che ci circondano?
Certo, molto si è scritto sull’undici settembre: inserti ed approfondimenti sicuramente più toccanti e rivelatori di questo. Ma prima di parlare di overdose informativa (in breve, il classico “se ne è parlato troppo”), prima di paragonare calamità e tragedie cercando un senso ad alcune e sminuendone altre in base a criteri discutibili – come il numero di morti – occorre forse pensare alla funzione del semplice ricordare e non dimenticare. “Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla” mi ha insegnato un caro amico: lo sapeva anche Primo Levi che, dopo aver passato gran parte della sua esistenza a scrivere e raccontare la sua drammatica esperienza nel campo di concentramento di Auschwitz, negli anni Ottanta si è suicidato perché non sopportava l’idea che le nuove generazioni poco o nulla sapevano di quanto operato dai nazisti.
Credo dunque occorra non solo sopportare, ma addirittura ascoltare le parole di chi quel giorno si trovava in zona a vendere hot dog e non è morto; di chi oggi ha 10 anni ed era a chilometri di distanza, nell’utero di una donna che sarebbe presto diventata vedova; di chi, pur essendo una casalinga ticinese lontana decine di ore di volo da Ground Zero, tra lo stirare una camicia e l’altra si è ritrovata a piangere senza sapere bene il perché, sicuramente non per la morte di figli suoi.
L’ha detto Noam Chomsky, assai più autorevole e coinvolto di me: sono l’enormità e le proporzioni della violenza gratuita perpetrata da uomini su altri uomini ignari a rendere l’undici settembre certo non più grave di tante altre date, ma quantomeno non classificabile dal numero dei nomi scritti sul memoriale. E soprattutto, una data degna di memoria: perché, che se ne dica, l’intolleranza e la violenza cieca vanno condannate sempre e comunque, senza possibilità di attenuanti numeriche e ideologiche, senza scusanti né giustificazioni.
Perfino gli Stati Uniti d’America sembrano aver tratto benefici dalla commemorazione, dal ricordo. Barack Obama, ieri, accompagnato non solo da Michelle ma anche da colui che lo precedette nel ruolo di Presidente, ha affermato che “There should be no doubt: today America is stronger” (Non c’è alcun dubbio: oggi l’America è più forte): nel mezzo di una crisi economica di proporzioni mai viste, con un Parlamento che non riesce a smettere di litigare e un tasso di disoccupazione alle stelle (altro che il nostro 5%!), Obama ha osato dire che l’America sta meglio rispetto a 10 anni fa. Nelle parole di Obama io non leggo pazzia o farneticazione, leggo piuttosto determinazione e tenacia, quella di JFK e di Luther King, quella di Roosevelt che, dopo Pearl Harbor, si alzò decrepito dalla sedia a rotelle trascinando con sé una nazione intera; forse anche quella del “Yes, We can” – SI PUÒ FARE! – che ad Obama portò onori ed oneri. E in questo senso è forse vero che l’America oggi è più forte, non tanto perché più unita (vedremo fino a quando…), ma soprattutto perché più aperta perché consapevole della sua vulnerabilità, della sua fallibilità e dei suoi limiti.
Si è parlato molto di questioni energetiche in Ticino da due anni a questa parte, ma tra le polemiche su AET, amplificate ad arte dalla Lega, e l’altrettanto opulento populismo verde in merito ad esempio alla questione della centrale di Lünen, abbiamo forse perso di vista la risorsa principale di cui disponiamo nel nostro Cantone: l’acqua. Sfruttata in passato soprattutto dalle Partnerwerke d’oltralpe e purtroppo solo in minima parte dalla nostra azienda elettrica cantonale, la forza idrica è il vero oro di cui disponiamo: quante montagne, quanti fiumi, quanti bacini caratterizzano il nostro Ticino. Spesso ci si dimentica, infatti, che si tratta di una parte consistente e determinante del nostro patrimonio, della nostra vera ricchezza, di certo più concreta e meno volatile rispetto a certi prodotti finanziari. Forse ancora una volta, come ticinesi, abbiamo dato prova di poca saggezza affrontando tematiche energetiche soltanto per partito preso, o meglio, per alimentare una logica di partito volta esclusivamente ad arraffare consensi, senza realmente proporre delle soluzioni ragionevolmente applicabili.
Ci si perde spesso in discussioni estenuanti su vettori energetici come il solare o l’eolico, quando è palese a tutti ormai che queste fonti, sebbene vadano fortemente incoraggiate, sostenute e aumentate, non possono per ora assumere un ruolo determinante per l’approvvigionamento energetico del nostro Cantone. Non abbiamo il vento del nord o il sole del sud – tant’è vero che persino i verdi sembrano progressivamente orientarsi verso il risparmio energetico, di certo più solido, ma che ancora non rappresenta la panacea a tutti i problemi, sebbene possa contribuire a risolverli – ma abbiamo l’acqua. E se consideriamo il potenziale energetico della risorsa idrica, ci accorgiamo di quanto lo stesso sia già oggi enorme: ecco perché sono convinto che il primo obiettivo da raggiungere a medio termine sia quello di recuperare lo sfruttamento delle acque ticinesi a suo tempo concesso alle forze produttrici della Svizzera interna, garantendoci così la sicurezza dell’approvvigionamento energetico del futuro – per di più da fonte rinnovabile – e attingendo a piene mani a quella ricchezza per ora solo idrica, ma che potrà presto tramutarsi in risorsa finanziaria vera e propria da porre a vantaggio del nostro territorio.
Per fare ciò occorre però una strategia solida e condivisa, contestualizzata nella realtà odierna, caratterizzata dalla scarsità di energia e dalla conseguente preziosità soprattutto dell’energia di punta. Energia di punta di cui potremmo disporre in misura ancora maggiore qualora avessimo il coraggio di investire in progetti di pompaggio fondamentali anche per poter sfruttare al meglio le catene di produzione idroelettriche già esistenti. Si dice che la Svizzera è la batteria d’Europa: ebbene, occorre precisare che sono i Cantoni montani della Svizzera ad essere la batteria d’Europa, e di questi Cantoni il Ticino fa parte a pieno titolo!
Ma le polemiche sulle questioni energetiche proseguiranno ancora, purtroppo, con le “nuove” forze politiche che modellano le loro argomentazioni non certo per valorizzare le potenzialità dell’acqua, ma piuttosto per tirarla “al proprio mulino”, chi accondiscendendo ai desideri delle grosse ditte produttrici d’oltralpe, chi cavalcando argomentazioni di pancia, ignorando ogni barlume di lungimiranza pur di guadagnare consensi e seggi. Forse, quando ci si accorgerà di ciò che avremo perso, troppa acqua sarà scorsa sotto i ponti e sarà troppo tardi: peccato davvero!
(pubblicato su La Regione, 1 settembre 2011)
Anche se l’occasione è ghiotta per tornare per qualche settimana in Ticino a incontrare gli “amici di sempre”, per gli studenti universitari il periodo estivo non combacia necessariamente con quello delle vacanze, non solo per le variabili meteorologiche che – esclusi gli ultimi giorni! – quest’anno hanno parzialmente gelato i bollori estivi dei ticinesi, ma anche perché la maggior parte di loro deve lavorare alla tesi o più generalmente preparare la sessione di esami di settembre, che la riforma di Bologna ha anticipato di qualche settimana. Per loro – ma anche per i docenti, che possono utilizzare il periodo estivo per il necessario aggiornamento o approfondimento – risulta indispensabile avere a disposizione uno spazio di ricerca e di lavoro adeguato, quali sono evidentemente le biblioteche cantonali. Discorso analogo per appassionati di lettura e di attualità, i quali possono fortunatamente usufruire nelle varie sale di lettura di complete e interessanti opere di consultazione, siano esse libri, riviste o giornali.
Attualmente, però, gli orari di apertura delle biblioteche presentano qualche falla: se il fatto che di domenica nessun istituto bibliotecario sia aperto può essere comprensibile (anche se, forse…), risulta sicuramente più sconveniente che altrettanto avvenga il sabato pomeriggio (è il caso di Bellinzona e Locarno), il lunedì – San lavurin! – tutto il giorno a Locarno, quasi tutto il giorno a Bellinzona (la cui apertura è limitata alla sera, tra le 17.00 e le 21.00) e il mattino (come anche il martedì) a Mendrisio. Certo, la Biblioteca cantonale di Lugano è accessibile sia al sabato che al lunedì, ma la trasferta non è sempre la soluzione ottimale. Scomoda e interminabile – 12.30-14.30 – è inoltre la pausa alla quale obbliga la biblioteca di Locarno: se d’estate una passeggiata o un tuffo permettono di ricaricare il serbatoio, cosa fare nei gelidi inverni locarnesi?
Certo, non si tratta di un problema paragonabile all’esplosione dei costi della salute, ma perché non pensare a una leggera estensione degli orari di apertura delle biblioteche cantonali – eventualmente anche mantenendo chiuso il servizio prestiti – in modo da migliorare sensibilmente l’offerta culturale permettendo un accesso continuo a esigenze di cultura generale, d’informazione, di luogo dedicato allo studio e – perché no? – creando qualche posto di stage per giovani studenti delle scuole medie superiori e fornendo un ulteriore prezioso luogo d’incontro per i giovani?
Oggi per moltissimi giovani è stato il primo giorno di scuola, il famoso primo lunedì: dalla scuola dell’infanzia al liceo, si tratta di un nuovo percorso, un nuovo viaggio in cui prende forma un rapporto stretto fra allievo e docente che va ben oltre la mera trasmissione del sapere. Se il ruolo dell’allievo vagamente lo conosciamo – tutti noi siamo stati a scuola – è più difficile immaginarsi quello del docente, anche perché si sente di tutto e di più sulla categoria, nel bene come nel male. Ascoltando i miei ex-colleghi di studi ora impegnati nell’insegnamento, però, deduco che sia un ruolo tutt’altro che scontato. Oggettivamente, gli oneri aumentano – sempre maggiori compiti e allungamento degli studi – mentre gli onori sprofondano: se un tempo ul sciur maestro era una sorta di istituzione vivente – il suo parere era autorevole e la saltuaria ramanzina era accompagnata da quella dei genitori – oggi sembra quasi che i docenti non solo siano tutti dei perfetti lazzaroni (fuchi, dice qualcuno), ma non possano nemmeno riprendere alcuni allievi senza scatenare l’ira dei genitori.
E se, come credo, una scuola di qualità è diretta conseguenza di un parco docenti motivato e di qualità, appare fondamentale sostenere, motivare e valorizzare tale categoria professionale. Come? Per alcuni tramite un aumento dei salari. Forse. Forse però anche attraverso lo scarico – tramite un accresciuto peso e ruolo delle direzioni – delle funzioni burocratiche e non legate all’insegnamento della materia, come anche all’introduzione di una cultura della formazione continua – magari tramite corsi organizzati dai docenti stessi e con riconoscimento finanziario o in termini di carriera per i partecipanti – o alla facilitazione di attività parallele di ricerca o divulgazione, le quali permetterebbe forse di accrescerne l’autorevolezza all’interno della società.
Il mio auspicio è infatti che i docenti riacquistino quel rispetto che meritano e che questi si dedichino anima e corpo al bene di ogni singolo giovane, trasmettendo l’importanza della corretta ortografia così come il rispetto per ogni compagno, insegnando i corretti calcoli da compiere e i valori che caratterizzano il nostro territorio: investiamo con intelligenza nell’intelligenza!
Nel 1952, Ralph Ellison iniziò il suo unico romanzo con le parole “Io sono un uomo invisibile. No, non sono uno spettro come quelli che perseguitavano Edgar Allan Poe; non sono nemmeno uno dei vostri ectoplasmi nei film hollywoodiani. Io sono un uomo di sostanza, in carne e ossa, fibra e liquido – e può anche venir affermato che possiedo una mente. Vedi, io sono invisibile semplicemente perché le persone rifiutano di vedermi.”
L’agenzia di notizie AlertNet attraverso un inquietante articolo porta per qualche attimo l’attenzione sugli Invisibili di oggi, i cosiddetti sans-papiers, quelle persone che non hanno nazionalità, né diritti né futuro. Abitano il nostro stesso pianeta, ma sono privati di quelli che per noi sono diritti inalienabili: in un mondo di monete ballerine, processi glamour, carestie e attentati, quest’impressionante – sono oltre 15 milioni – porzione di umanità si barcamena nei centri rifugiati senza poter aprire un’attività, viaggiare, votare, appartenere…semplicemente essere. Non solo essi non costituiscono un problema prioritario, ma tecnicamente non esistono nemmeno: tutto questo, purtroppo, non nel 1952, anno in cui Ellison scrisse il suo romanzo, ma ancora oggi. Persone che, evidentemente, non possiamo far finta di non vedere: ben venga quindi l’iniziativa delle Nazioni Unite che, questo giovedì, lanceranno una campagna internazionale volta alla risoluzione di quella che sembra una formalità, ma in realtà non lo è affatto.
Un problema, quello dei sans-papiers, che non risparmia nemmeno la Svizzera: certo, non arriverei come propone qualcuno a sostenere la concessione collettiva e unica di un permesso di soggiorno per tutti, in quanto non si risolverebbe il problema (fra 10 anni un’altra concessione?) e soprattutto non si valuterebbero sufficientemente i singoli casi, ma occorre perlomeno dare la possibilità ai giovani che vivono in Svizzera senza nessuno statuto legale – si stima una cifra fra i 10’000 e i 20’000 – di poter frequentare un apprendistato professionale, in modo da favorire la loro integrazione e non la loro emarginazione. Persone che potrebbero così dare il proprio contributo all’economia nazionale, permettendo al contempo ingenti risparmi in altri settori quali la socialità o la giustizia.
Mi è salita la pelle d’oca quando, dal palco del FEVI – e purtroppo non da quello di Piazza Grande, comunque non vuota, nonostante i fastidiosi capricci di Giove Pluvio – Kabir Bedi, tagliando la pioggia con le parole e non con la scimitarra di Sandokan, ha lodato il Festival del film di Locarno per il suo ruolo motore nella promozione dell’innovazione – il nostro Pardo, in effetti, gode di una straordinaria reputazione come festival delle scoperte di giovani talenti e nuove tendenze nel mondo del cinema – e soprattutto nella valorizzazione di giovani produttori e registi indipendenti dei paesi emergenti, in particolare tramite la sezione Open Doors, nata alcuni anni fa grazie all’impulso della Confederazione e più nello specifico della Direzione dello sviluppo e della cooperazione, che ne rimane il principale sostenitore.
Un’iniziativa molto interessante che permette non solo di aprire al pubblico festivaliero una finestra sul mondo, offrendogli una selezione particolarmente rappresentativa dell’universo cinematografico e culturale della regione scelta, ma anche di trasformare la rassegna cinematografica locarnese in un laboratorio di coproduzione che propone la messa in rete di professionisti di quella regione – in questo caso l’India – e potenziali partner per la produzione e distribuzione di nuovi progetti cinematografici. Il tutto allo scopo non solo di sviluppare e consolidare l’industria cinematografica e l’economia locale dei paesi del Sud del mondo – anche perché, vale la pena ricordarlo di tanto in tanto, la Svizzera è ancora lontana dalla soglia dello 0,7% del PNL, stabilita dall’ONU, da dedicare ai fondi per l’aiuto allo sviluppo – ma anche di fornire un sostegno fattivo a questi giovani professionisti che l’altra sera hanno potuto beneficiare, oltre che delle opportunità offerte dalla piazza d’incontro festivaliera, anche dell’abbraccio del popolo festivaliero, che ne ha apprezzato il coraggio, l’intraprendenza e soprattutto la libertà, fondamento della produzione indipendente e probabilmente anche essenza stessa del Pardo nostrano.
Un’essenza ben descritta, nei suoi recenti discorsi locarnesi, dal Consigliere federale Didier Burkhalter, il quale – parlando dello “spirito di Locarno” – ne ha esaltato l’ “apertura”, la “curiosità”, la “pluralità” e, appunto, la “libertà”, giustamente definita “la forza motrice di un film e spesso anche il suo messaggio”. Proprio per questo, ha continuato il ministro della cultura, “il compito dello Stato è quello di garantire e difendere in modo assoluto questa libertà dell’arte”, peraltro garantita – unitamente alla libertà d’espressione – dalla nostra Costituzione, quale diritto fondamentale e inviolabile. Anche se questa libertà, come nel caso di Vol special, documentario ambientato in un centro di detenzione per sans papiers in attesa di essere espulsi, scuote le coscienze mostrando la spinosa e imbarazzante realtà di una Svizzera sempre meno “terra d’asilo”.
Lo ammetto, non sono un esperto in materia, dunque il mio occhio e giudizio non sarà né più né meno autorevole di quello della maggior parte degli appassionati che visitano e vivono i consueti dieci giorni, nelle sale, in Piazza e in Rotonda, il mio è soltanto un desiderio: che il nostro Festival continui su questa strada di apertura, inventiva, fiducia nei giovani, amore per la libertà e spirito critico. Per il resto…ci si abboni a bluewin-tv.
La bufera sembra momentaneamente essersi placata in Gran Bretegna, ma non v’è da cantar vittoria. Nella metropoli londinese, al di là di alcuni fomentatori e di criminali che si dilettano con la violenza gratuita, c’è uno spicchio della società che fa capo alle manifestazioni violente non per effettuare una protesta politica (sia essa volta all’ampliamento dei diritti democratici o di reazione ai provvedimenti di austerity per il settore pubblico), ma per esprimere la propria emarginazione dalla società, il proprio disagio sociale, la propria frustrazione identitaria. Questi episodi, che vanno sempre e comunque condannati con fermo vigore, devono però far riflettere, in quanto trovano terreno fertile soprattutto nel momento in cui una società non è più in grado di garantire quel collante sociale, la coesione, necessario per mantenere la pace sociale. In Svizzera, per fortuna, questo senso di appartenenza alla società, alle istituzioni e al territorio – unitamente a un relativo livellamento della ricchezza e a un alto livello di mobilità sociale – ci mette al riparo da questo tipo di esasperazione della violenza, ma occorre garantire a tutti le pari opportunità di partenza e soprattutto occorre vigilare affinché anche alle nostre latitudini non si formi una società di serie A e una di serie B, perché ogni uomo dimenticato è potenzialmente un uomo pericoloso.
Drammatica la foto che ritrae una donna che si lancia da un edificio in fiamme (fonte: Amy Weston, agenzia Wenn, ripresa dai principali quotidiani inglesi).
Si sono finalmente concluse le trattative tra Svizzera e Germania: i due paesi hanno infatti parafato una convenzione fiscale che, per le persone residenti in Germania, prevede il pagamento a posteriori di un’imposta sulle loro attuali relazioni bancarie in Svizzera. I futuri redditi e utili dei capitali di clienti bancari tedeschi in Svizzera saranno soggetti a un’imposta liberatoria, il cui provento sarà trasferito dalla Svizzera alle autorità tedesche. Certo, obietterà qualcuno, le nuove regole esigono sforzi non indifferenti alla piazza finanziaria svizzera, ma al contempo definiscono un quadro chiaro nella gestione dei patrimoni stranieri non dichiarati – scaricando le banche di un difficile e imbarazzante peso – e soprattutto pongono le basi per una piazza finanziaria svizzera sana e performante. Una notizia che ha sollevato solo reazioni tendenzialmente positive in Svizzera (anche se il PS avrebbe voluto di più e l’UDC teme invece per il segreto bancario), mentre la Germania ha conosciuto qualche protesta, come lo mostra la foto (fonte: www.internazionale.it) scattata a una manifestazione a Berlino.
Festa Nazionale
Buon Primo d’agosto!
A esattamente diciannove anni dalla morte del giudice Paolo Borsellino, assassinato il 19 luglio 1992, desidero riproporre alcune sue parole, pronunciate ad una commemorazione della morte del suo collega e amico Giovanni Falcone: parole di coraggio, giustizia e libertà. Onore a loro.
“Sono morti per noi, e abbiamo un grosso debito verso di loro. Questo debito dobbiamo pagarlo, gelosamente, continuando la loro opera, rifiutando dal sistema mafioso gli ampi benefici che possiamo trarne, anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro. Facendo il nostro dovere, la lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone, quando in un breve periodo di entusiasmo, egli mi disse: “la gente fa il tifo per noi”. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione da al lavoro del giudice, significava qualcosa di più, significava che il frutto nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze”.

Oggi, sabato 16 luglio, si è svolto al Centro sportivo di Tenero la seconda edizione del Torneo interpartitico di beach volley,organizzato dai Giovani liberali radicali e aperto a tutti i movimenti giovanili attivi a livello cantonale: vittoria finale dei Giovani liberali radicali del Locarnese.
13 luglio 2010 – 13 luglio 2011Se da un lato le firme raccolte con la petizione per le borse di studio hanno portato alla ratifica dell’Accordo intercantonale per l’armonizzazione dei criteri per la concessione delle borse di studio da parte del Governo cantonale, dall’altro le 12’102 firme – consegnate esattamente un anno fa! – dell’iniziativa richiedente la realizzazione di una struttura multifunzionale per giovani problematici o che delinquono mancano di risposta: l’iniziativa popolare giace sui banchi del Gran Consiglio e il progetto del Centro di contenimento sul tavolo del Consiglio di Stato. Superato il periodo elettorale è forse il tempo di rispolverare questo importante dossier: non possiamo infatti permetterci di abbandonare a sé stessi giovani che necessitano di aiuto e a cui spetta un’altra chance!
È stato lanciato a Berna il progetto easy-vote, promosso dalla Federazione svizzera dei Parlamenti dei Giovani, il cui scopo è l’aumento dell’affluenza giovanile alle urne: per le elezioni federali previste a ottobre l’obiettivo è di aumentare dal 35% al 40% la percentuale di giovani votanti nella fascia d’età fra i 18 e i 30 anni, vale a dire 45’000 giovani elettori in più in tutta la Svizzera, dei quali 1’500 in Ticino. Un risultato ambizioso che si vuol raggiungere non solamente tramite l’organizzazione di dibattiti fra (giovani) candidati, conferenze sulla civica e sulle modalità di voto, collaborazioni con scuole e associazioni, ma soprattutto tramite la raccolta – effettuata sia in azioni sul territorio, sia utilizzando i più moderni mezzi di comunicazione – di promesse di voto che, se non forniranno evidentemente nessuna garanzia di voto effettivo, garantiscono sicuramente un richiamo, via e-mail o sms, a 20 e a 5 giorni dall’apertura dei seggi, in modo da ricordare la promessa effettuata in precedenza.
Altro successo politico dei Giovani liberali radicali: dopo l’operazione Le pacche sulle spalle non bastano! che hanno visto la riuscita formale (12’102 firme) dell’iniziativa costituzionale – tutt’ora pendente in Gran Consiglio – per la realizzazione di una struttura multifunzionale per giovani problematici o che delinquono; e la concretizzazione da parte del Governo della petizione richiedente l’adesione al Concordato intercantonale per l’armonizzazione dei diritti per la concessione delle borse di studio (quasi 3’000 le firme raccolte); oggi a Berna sono state consegnate le firme per il referendum contro il prezzo fisso del libro promosso dai Giovani liberali radicali svizzeri unitamente ad altre organizzazioni politiche.
Lo scopo del referendum è quello di evitare un aumento dei prezzi dei libri sulle spalle di studenti e consumatori. A seguito dell’approvazione della nuova legge, infatti, i prezzi dei libri vengono fissati dagli editori o dagli importatori e sono vincolanti: sono ad esempio proibiti sconti superiori al 5%. Se la misura si prefigge – legittimamente! – di proteggere il libro quale bene culturale, l’effetto concreto sarebbe invece non solo quello di rendere più difficile l’acquisto di libri in Svizzera a causa di un rincaro dei prezzi, ma anche di incoraggiare gli acquisti all’estero su internet.
Ascolta l’intervista su Radio Fiume Ticino: http://www.radioticino.com/podcast_archive.asp?idsezione=1&data=20110705#
Leggi la dichiarazione su la Regione (6 luglio 2011)
(discorso pronunciato davanti al Comitato cantonale del PLRT il 9.6.2011)
Caro Presidente,
Caro Presidente della Commissione cerca,
Care Amiche, Cari Amici liberali radicali;
la prima ragione alla base della mia decisione di dare la disponibilità a figurare sulla lista del PLR alle prossime elezioni federali risiede nel sincero interesse e nella profonda passione che nutro per la politica federale: una passione nata negli anni universitari – gli anni degli appassionati e appassionanti dibattiti sui grandi ideali – e coltivata nei 3 anni trascorsi in seno al comitato direttivo dei Giovani liberali radicali svizzeri (GLRS) e alle Assemblee dei delegati del Partito Svizzero; una passione legata però a anche alla consapevolezza che solo un’attiva e attenta partecipazione alla vita politica federale permetterà al Ticino di difendere i propri interessi.
Una seconda motivazione scaturisce invece da una constatazione amara: il crescente scollamento fra i giovani e la politica; una politica spesso ritenuta distante, complessa e, quel che è peggio, anche inutile. Beh, io la penso diversamente, ho un’altra concezione della politica e in questa campagna voglio ribadirlo con forza. Con la mia candidatura sogno – e il movimento giovanile del PLR, già al lavoro indipendentemente dalle ipotesi di candidature, sogna – un riavvicinamento del PLR ai ventenni e ai trentenni.
➢ Insieme sogniamo di convincere queste persone della bontà dei principi, delle idee e delle proposte di liberali radicali;
➢ insieme sogniamo di convincere queste persone della bontà di una politica in equilibrio fra idealismo e pragmatismo, una politica “pragmaticamente utopica”.
➢ Ma insieme sogniamo soprattutto di convincere queste persone del piacere di partecipare alla vita politica, del piacere di fare politica, della bellezza di manifestare la propria opinione, indipendentemente da età, formazione o professione.
Terza motivazione – la più importante ma forse la più trascurata – perché – proprio come tutti voi – credo nei valori fondamentali di libertà, responsabilità e solidarietà. Grazie per l’attenzione.
Guarda il servizio del Quotidiano
Nicola Pini, presidente Giovani liberali radicali ticinesi
(Pubblicato in Corriere del Ticino, 11 ottobre 2010, p. 2)
“Interesse locale o interesse cantonale: questo è il problema” avrebbe potuto affermare William Shakespare se solo fosse vissuto nel Ticino contemporaneo e si fosse occupato di politica anziché di letteratura. Anche al più umile degli osservatori, seppur privo del genio dell’autore inglese, balza infatti agli occhi come la tensione fra interesse generale – in questo caso cantonale – e interessi particolari – siano essi locali o regionali – sia una costante della politica alle nostre latitudini. Una tensione inevitabile, ma paradossalmente legittima, che si manifesta con cristallina evidenza nell’attività parlamentare: tra i deputati al Gran Consiglio, infatti, non mancano certo rappresentanti regionali e comunali.
La rappresentanza regionale nel legislativo ticinese è cosa voluta e garantita: la maggior parte dei partiti, infatti, regola i suoi eletti tramite il tradizionale meccanismo dei circondari elettorali, un espediente formale adottato allo scopo di assicurare un’adeguata e proporzionata distribuzione territoriale dei propri deputati. La rappresentanza comunale – intesa quale istituzione, il Comune – è invece frutto di una variabile meno controllabile, quella elettorale: in Gran Consiglio siedono così una decina di sindaci (più o meno il numero di donne presenti nello stesso parlamento), ai quali occorre aggiungere un’altra decina di municipali per un totale di una ventina di membri di esecutivi comunali, vale a dire più del 22% del totale dei deputati (una percentuale di poco superiore a quella degli avvocati, per intenderci). Una massiccia presenza che, seppur legittimamente, non è esente da conseguenze politiche. Si veda, in questo senso, la discussione sulla revisione della Legge sull’approvvigionamento elettrico (LAEl), che ha visto alcuni deputati scendere in trincea per contrastare la proposta del Governo di dimezzare – secondo il più classico dei compromessi elvetici – una tassa sull’energia elettrica riscossa dai Comuni (la detta privativa): battaglia conclusasi sì con l’abolizione di quest’ultima, ma con la contemporanea istituzione di un’altra tassa – non dimezzata! – sull’utilizzo del suolo pubblico. Vittoria! Non per il cittadino, però, il quale non vede diminuire i costi dell’elettricità.
Si pone qui quello che potrebbe essere definito il dilemma del parlamentare: il deputato cantonale nell’esercizio del suo mandato deve portare avanti le rivendicazioni del proprio comune e della propria regione, oppure deve pensare unicamente agli interessi di tutto il Cantone, cercando poi di persuadere i suoi conterranei della bontà di un’eventuale decisione contraria al suo luogo di provenienza? I due approcci, come detto, sono entrambi a loro modo legittimi. Da qui la mia provocazione: perché non istituire anche in Ticino, analogamente a quanto avviene a livello federale, un sistema bicamerale con una camera del popolo e una delle regioni o dei comuni, riproponendo dunque su scala cantonale la differenziazione tra Consiglio Nazionale e Consiglio agli Stati? Perché non dividere i 90 granconsiglieri, immaginando da una parte i 60 rappresentanti del popolo, rivolti tendenzialmente al perseguimento dell’interesse generale, e dall’altra invece i 30 rappresentanti dei Comuni e delle Regioni – magari sfruttando ulteriormente i nascenti Enti regionali di sviluppo istituiti dalla Nuova politica regionale – tendenzialmente impegnati nella difesa degli interessi particolari? Sperando evidentemente che la navetta – così si chiama la spola fra le Camere di un argomento sul quale non c’è convergenza – non faccia naufragare i dossier più importanti, o che questi non conducano sistematicamente a un’eventuale seduta plenaria – la conferenza di conciliazione a livello federale – che ricondurrebbe all’esatto punto di partenza. Sono, questi, due rischi concreti: vale la pena correrli? Al lettore l’ardua sentenza.
Nel frattempo non resta che affidarci e fidarci dell’onestà intellettuale e della (buona) coscienza politica dei deputati eletti, ricordando comunque loro che gli interessi particolari si difendono innanzitutto perseguendo l’interesse generale: solo così, infatti, un politico può acquisire la statura e l’autorevolezza necessarie per superare il dilemma del parlamentare, mettendosi nella posizione di poter votare coscienziosamente e liberamente seguendo la propria convinzione e agendo politicamente di conseguenza, scegliendo dunque di volta in volta se difendere in parlamento l’interesse particolare oppure se persuadere i propri concittadini della necessità dell’interesse generale a scapito di quello particolare.
Nicola Pini, Presidente GLRT e membro del comitato direttivo dei GLRS
(Pubblicato in Opinione Liberale, 8 ottobre 2010)
Non sono rari i rimproveri di scarsa fantasia e di poca lungimiranza rivolti ai politici e in particolare ai movimenti giovanili, ritenuti meno propositivi, meno idealisti e per certi versi meno sognatori e visionari di quanto lo erano una volta. Forse. Peccato però che, durante l’assemblea dei delegati del Partito liberale radicale svoltasi a Lugano sabato 26 giugno, i Giovani liberali radicali svizzeri siano riusciti nell’intento di far adottare, nell’ambito di un documento startegico sulla politica energetica e ambientale, un concetto – quello del « TGV Suisse » – che più ambizioso non si può. In breve, si intende chiedere al Consiglio federale di elaborare un progetto di costruzione di linee ferroviarie ad alta velocità in Svizzera, garantendo non solo i collegamenti sugli assi Ginevra-San Gallo e Basilea-Chiasso – la croce federale della mobilità – ma allacciandosi alla rete europea ad alta velocità: un progetto talmente a lungo termine da dover essere spalmato sui prossimi 40 anni e finalizzato in un ipotetico Ferrovia 2050. Lugano – Milano : 30 minuti ; Lugano – Zurigo : 1 ora ; Lugano – Losanna : 1 ora e 55. Un sogno per la metà degli svizzeri (vale a dire i possessori di un abbonamento metà prezzo), per molti lavoratori, per ogni giovane studente universitario, per qualche innamorato. Un sogno, certo, ma concreto, in quanto fondato su uno studio effettuato nientemeno che dal Politecnico federale di Losanna (cfr. Daniel Mange, Plan Rail 2050, Le savoir suisse, PPUR, Lausanne, 2010).
Siamo ad una svolta nella politica della mobilità, perché per la maggior parte dei trasporti pubblici la velocità di percorrenza non è più concorrenziale, mentre alcune tratte sono decisamente sovraccaricate e lo saranno sempre di più se si pensa che nei prossimi 15 anni è previsto un raddoppio dei passeggeri: anche qui, le pacche sulle spalle non bastano, bisogna agire anticipando i tempi. Tale progetto comporterebbe non solo un miglioramento della qualità dei trasporti, ma sarebbe anche utile per la piazza economica svizzera – arricchita da rapide connessioni che facilitano i legami interni e incentivano l’entrata di clienti esterni – e rappresenterebbe un rafforzamento della coesione nazionale : chissà che, raccorciando la distanza temporale tra Bellinzona e Berna, non diminuisca anche quella politica.
Resta aperta, evidentemente, la questione del finanziamento, in quanto i costi sono stimabili, molto approssivamente, tra i 75 e gli 85 miliardi di franchi, quasi due miliardi all’anno per i prossimi quarant’anni. E per questo che, evidentemete, serviranno più fonti : oltre alla formula del PPP (Partenariato pubblico e privato), si potrebbe ricorrere anche metodi di finanziamento tradizionali, quali l’imposta sugli oli minerali o il budget ordinario della Confederazione. Ma ai soldi, ci pensino i grandi : i piccoli sperano, a volte sognano.
Onorevole Presidente della frazione liberale radicale alle Camere, Gentile Signora Huber;
fra i tre temi chiave della legislatura, definiti dal PLR. I liberali nel corso dell’Assemblea dei delegati dell’aprile 2008, figura quello della coesione nazionale: ciò significa che il nostro Partito si è mostrato particolarmente attento alla storia e alla tradizione della Confederazione, nata e sviluppatasi non come comunità omogenea dal profilo culturale, linguistico o religioso, ma come “Willensnation”. Si presenta ora una ghiotta occasione per una perlomeno parziale concretizzazione di quanto formulato a livello programmatico: è infatti secondo noi giunto il momento di proporre all’Assemblea federale, quale candidato al Consiglio federale, un rappresentante della terza area linguistica e culturale della Svizzera.
I Giovani liberali radicali ticinesi negli ultimi anni hanno avuto la possibilità di apprezzare il dottor Ignazio Cassis, sempre pronto a dispensare utili consigli e a fornire un sostegno concreto al movimento giovanile cantonale, che ne apprezza in particolare il modo di fare politica diretto, brioso, semplice e didattico che gli permette di raggiungere fasce della popolazione non sempre facili da coinvolgere, in particolare i giovani. Grande comunicatore, vicino alle Cittadine e ai Cittadini – si è dimostrato disponibile ed estremamente efficace durante la recente Iniziativa popolare costituzionale che ha portato GLRT a raccogliere oltre 12’000 firme in due mesi – Ignazio porterebbe nell’esecutivo federale una vitalità e una freschezza che potrebbero sfumare il crescente scollamento fra il Governo e la Cittadinanza. La sua esperienza professionale, inoltre, suggerisce che Ignazio ha tutte le carte in regola per essere un valido uomo di Stato: non solo il suo ruolo di medico cantonale gli ha permesso di lavorare a stretto contatto con il Consiglio di Stato ticinese, ma le sue altre esperienze lavorative – in particolare quelle accademiche – gli hanno permesso farsi apprezzare in tutte le regioni della Svizzera, imparando alla perfezione le lingue ufficiali ed entrando in contatto con le culture che compongono la Confederazione. Non è quindi un caso che Ignazio sia riuscito a inserirsi rapidamente nei meccanismi della politica federale, mostrandosi da subito un interlocutore competente non solo su temi di politica sociosanitaria.
Riteniamo che il candidato della Svizzera italiana abbia sempre dimostrato il coraggio delle sue idee, difendendole fino in fondo anche in situazioni scomode: lo ha fatto per esempio in occasione delle votazioni popolari riguardanti la medicina complementare e la politica delle droghe, ben sapendo che l’esito non gli sarebbe stato favorevole, ma conscio del fatto che un politico debba essere coerente nelle sue azioni e fedele alle proprie convinzioni anche contro il parere della maggioranza della popolazione. Ricordiamo in particolare il suo impegno durante la campagna che ha preceduto la votazione federale sulla depenalizzazione della canapa: Ignazio non si è limitato a difendere la propria tesi, ma si è impegnato in una vera e propria campagna di sensibilizzazione oggettiva sulla questione, soprattutto presso i giovani; azione peraltro apprezzata anche dai contrari. Perché, per Ignazio, prima di tutto viene il bene del Paese: è questo che ne fa un candidato solido al governo federale.
Convinti dunque che il candidato della Svizzera italiana sarebbe un ottimo Consigliere federale, la invitiamo a sottoporre al Gruppo parlamentare questa lettera, chiedendo che egli sia proposto all’Assemblea federale il prossimo 22 settembre.
Con cordiali e liberali saluti
Per i Giovani liberali radicali ticinesi, il Presidente
Nicola Pini
Nicola Pini, presidente Giovani liberali radicali ticinesi
(Pubblicato in Corriere del Ticino, 9.6.2010)
I Giovani liberali radicali ticinesi hanno recentemente lanciato due raccolte di firme per altrettante proposte concrete a favore dei giovani: da una parte la realizzazione in Ticino di una struttura moderna e multifunzionale per giovani minorenni che delinquono; dall’altra l’adesione del Cantone al Concordato sulle borse di studio con il relativo consolidamento e perfezionamento del sistema di democratizzazione degli studi. Due proposte apparentemente opposte, ma unite dal fatto che i GLR – spinti da quel sano e ambizioso idealismo che deve contraddistinguere i giovani che si interessano alla cosa pubblica – intendono proporre un approccio globale alla politica giovanile; un approccio che si occupi globalmente di tutta la gioventù: sia di quella sana, laboriosa e dinamica formata da giovani che vogliono pedalare, tagliando pianure e scalando montagne; sia di quella più problematica – fortunatamente minore ma che non può essere abbandonata a sé stessa – composta da giovani che, invece, hanno forato o sono finiti fuori strada. Due categorie di persone certo diverse, alle quali però non si può negare un’opportunità per costruire o ricostruire il proprio futuro e per le quali Le pacche sulle spalle non bastano: non bastano per recuperare chi ha commesso un grave reato, non bastano per aiutare chi vuole studiare ma non possiede i mezzi finanziari per farlo. Per questi giovani – due facce della stessa medaglia, quella della nostra gioventù – servono strumenti concreti, tangibili ed efficaci: servono biciclette adeguate, come quelle proposte dagli (apprendisti) meccanici del movimento giovanile del PLR.
In Ticino mancano strutture per giovani problematici e il centro di contenimento sul tavolo del Consiglio di Stato è necessario ma non sufficiente: l’esempio degli altri cantoni – vale a dire l’esperienza più che positiva delle strutture multifunzionali a Ginevra e in Vallese, rispettivamente quella meno positiva a Friborgo, dove il solo centro di contenimento, a dire del Consiglio di Stato friborghese, risolve solo parzialmente il problema – mostra che la via giusta è quella di un centro multifunzionale, comprendente dunque anche una parte dedicata alla detenzione preventiva e all’esecuzione di pene e misure. Occorre pertanto acquistare una bicicletta e occorre prestare particolare attenzione alla completezza e all’efficacia del mezzo: sarebbe un peccato accorgersi fra qualche anno che, senza i pedali, è difficile viaggiare.
Allo stesso modo, il sistema delle borse di studio in Ticino è certo valido e necessario, ma può essere perfezionato: l’adesione all’accordo intercantonale non solo adeguerebbe l’assegno massimo al fabbisogno medio annuo di uno studente (gli attuali 13’000 CHF non bastano infatti a coprire i costi reali, stimati tra i 15 e i 18’000 CHF), ma renderebbe – con il passaggio del sistema di calcolo dal reddito imponibile a quello disponibile – la distribuzione delle borse di studio più corretta ed equa, consolidando così la democratizzazione degli studi che ha fatto – e ancora sta facendo – il benessere del nostro Paese.
Due proposte concrete che, se attuate e inserite in un’ottica di approccio globale, potrebbero costituire utili pezzi – oggi mancanti – grazie ai quali avvicinarsi all’ambita risoluzione di quel complesso puzzle che è la politica giovanile. I GLR ci provano, ma anche per loro…le pacche sulle spalle non bastano…servono firme!
(pubblicato in La Regione, 29.05.2010)
Caro Stefano Franscini;
c’è chi sostiene che, lanciando l’iniziativa popolare per la realizzazione in Ticino di una struttura multifunzionale per minori che delinquono, i Giovani liberali radicali ti abbiano tradito. Certo, chi l’ha affermato non si è preso il tempo di descrivere il reale oggetto dell’iniziativa GLR – che non è un carcere minorile, ma, appunto, una struttura moderna e multifunzionale – perché in quel caso avrebbe dovuto specificare che non si è in presenza di un approccio repressivo, fortunatamente superato, ma al contrario di un approccio finalizzato al recupero del minore problematico e alla preparazione del suo reinserimento sociale e lavorativo. Un approccio che, ne siamo convinti, rientra pienamente nello spirito fransciniano del dare un’opportunità e una formazione a tutti, anche a chi – per ragioni diverse – non ha avuto o non ha assorbito un’educazione improntata sulle basilari fondamenta del vivere quotidiano e di conseguenza va aiutato, non abbandonato a sé stesso o – se e quando c’è posto – spedito fuori Cantone in una sorta di moderno ostracismo.
Chi l’ha affermato ha inoltre omesso di spiegare che pene e misure, nell’ambito del diritto penale minorile, sono volte alla protezione e all’educazione del giovane: il distacco dalla società non è uno scopo, ma l’occasione per preparare il reinserimento del minore; non è un periodo di neutralizzazione o di reclusione, ma un periodo di riflessione e formazione. Perché, alla fine dei conti, essere istruiti è il miglior modo per essere liberi. Non stupisce quindi che, secondo le disposizioni di legge in vigore dal 2007, tale periodo debba essere eseguito in un istituto nel quale ad ogni minore viene garantito un sostegno educativo e formativo conforme, dove questi giovani non sono mai abbandonati a loro stessi e tutte le loro attività sono pianificate da personale formato e qualificato. Un istitituto, per farla breve, che in Ticino manca.
Chi ha cercato di farci litigare, Caro Stefano, si è perfino dimenticato di riferire che i Giovani liberali radicali allo stesso tempo hanno messo sul tavolo anche un’altra proposta, vale a dire una petizione volta a perfezionare e consolidare il sistema delle borse di studio, pilastro fondamentale della democratizzazione degli studi da te iniziata con l’istituzione della scuola pubblica.
Siamo quindi convinti, Caro Stefano, che sosterresti e firmeresti sia l’iniziativa popolare per la realizzazione di una struttura multifunzionale per minori che delinquono, sia la petizione che chiede l’adesione del Canton Ticino al Concordato sulle borse di studio. Quanto alle opposizioni che ci troviamo ad affrontare, immaginiamo cosa ci diresti: anche l’istituzione della scuola pubblica e obbligatoria è stata criticata da molti perché toglieva forza lavoro dai campi, ma non per questo l’idea di un’istruzione gratuita per tutti non era cosa buona e giusta.
Con stima e ammirazione.
Nicola Pini, presidente Giovani liberali radicali ticinesi
Lunedì 10 maggio 2010 i Giovani liberali radicali ticinesi (GLRT) hanno lanciato
Le due proposte si focalizzano sulla politica giovanile cantonale e intendono agire in due direzioni apparentemente opposte, ma che convergono sul fatto che i GLR si vogliono occupare di tutta la gioventù: da una parte i GLR vogliono sostenere la gioventù sana perfezionando e consolidando il sistema delle borse di studio (PER CHI VUOL CONTINUARE A PEDALARE), dall’altra i GLR vogliono occuparsi anche di quella parte – fortunatamente minore ma che non può essere abbandonata a sé stessi – che ha sbagliato e che necessita di strutture adeguate finalizzate al recupero e al reinserimento sociale e lavorativo del minorenne problematico (PER CHI È FINITO FUORI STRADA). L’azione di raccolta firme di iniziativa e petizione sono riunite sotto lo slogan Le pacche sulle spalle non bastano!: non bastano per chi ha sbagliato, non bastano per chi vuole studiare ma non ne ha i mezzi. Per queste persone, due facce della stessa medaglia, i GLR propongono biciclette adeguate.
Nicola Pini – Presidente Giovani liberali radicali ticinesi
(pubblicato su Opinione Liberale, 26.3.2010)
Un Ticino contraddistinto da una scuola di qualità e accessibile a tutti che offra a chiunque gli strumenti per realizzare i propri sogni e per vivere da uomo libero, responsabile, felice e realizzato in una società aperta intellettualmente e sicura economicamente.
Nicola Pini, Presidente Giovani liberali radicali ticinesi (GLRT)
(pubblicato su rossoblu.ch, 10 marzo 2010)
Dai tempi di Stefano Franscini – padre non solo della scuola pubblica ticinese, ma anche della statistica svizzera – molte cose sono cambiate, ma non tutte: la scienza statistica era ed è un bene pubblico o, per adottare una terminologia più attuale, un bene a destinazione pubblica. Attraverso il raccogliere, ordinare ed esporre in maniera scientifica dati e analisi della società, essa costituisce un oggettivo strumento di democrazia al servizio della collettività: se da una parte funge da indispensabile guida al buon governo, dall’altra rappresenta una fonte altrettanto utile alla critica dell’agire di quest’ultimo, iscrivendosi dunque a pieno titolo nella dialettica democratica.
Così intesa, la statistica pubblica non può che essere un’attività dello Stato e, di conseguenza, necessita di una base giuridica chiara, solida e attuale: in breve, di una legge-quadro essenziale e trasparente che formuli principi vincolanti e regole organizzative. Più concretamente, sono essenzialmente tre le ragioni che hanno spinto il Gran Consiglio ad approvare, su proposta del Dipartimento delle Finanze e dell’Economia (DFE), la nuova Legge cantonale sulla statistica: oltre al bisogno di rimediare all’incompleta, vetusta e ormai superata base legale cantonale (il decreto legislativo istituente l’Ufficio Cantonale di statistica risale al 1929), si è voluto rispondere alla crescente e sempre più articolata domanda di dati statistici da parte della società e, infine, controbilanciare la tendenza dell’Ufficio federale di statistica a privilegiare l’ottica nazionale e internazionale a scapito di quella regionale. La nuova legge – in vigore da oggi, unitamente al relativo regolamento – intende definire non solo i compiti della statistica pubblica – fornire alla collettività informazioni pertinenti, corrette e imparziali; accrescere il sapere degli individui; contribuire allo sviluppo di idee e alla ricerca di soluzioni – ma anche formalizzare i suoi pilastri fondamentali, quali l’indipendenza scientifica, l’imparzialità, la trasparenza, l’accessibilità, la protezione dei dati e le sanzioni per chi viola l’obbligo di informazione o di segretezza. Essa, inoltre, organizza e razionalizza la statistica cantonale, rafforzando la collaborazione e la posizione dell’Ufficio cantonale di statistica (USTAT) nei confronti dell’Ufficio federale di statistica e della Conferenza interregionale di statistica. Non vanno infine dimenticate, fra le novità introdotte dalla nuova legge, l’istituzione di un organo consultivo di indirizzo e di supervisione (la Commissione scientifica della statistica cantonale) e l’introduzione di un Programma pluriennale che permette al Consiglio di Stato di pianificare, di legislatura in legislatura, i contenuti e le risorse da attribuire a questa attività.
Da queste innovazioni ci si attende un significativo contributo di crescita in termini di coerenza, efficienza e qualità della statistica pubblica cantonale; il tutto – evidentemente – al servizio del cittadino e del sano, pluralistico e democratico confronto di idee.
(discorso pronunciato – a nome dei Giovani liberali radicali ticinesi – davanti al Congresso del PLRT il 16.1.2010)
In un momento di sostanziale rinnovamento del Partito, il movimento giovanile si è chiesto – con l’ottimismo e forse l’ingenuità che gli sono strutturalmente propri – quale debba essere il PLR di domani. Una riflessione incentrata non tanto sui valori, perché quelli sono chiari, sono definiti: la libertà, la giustizia, la solidarietà e la responsabilità sono infatti le ragioni che ci uniscono e riuniscono quest’oggi a Lugano. Una riflessione, dunque, incentrata piuttosto sull’immagine che il nostro Partito deve veicolare alle cittadine e ai cittadini. Noi non vogliamo limitarci ad essere il Partito della famiglia o della Curia, il Partito delle Tasse, il Partito dell’Ambiente, il Partito di Giuliano Bignasca, Il Partito di questo o di quello; vogliamo invece essere il Partito che persegue con equilibrio il bene del cittadino e al contempo il benessere del Cantone: vogliamo essere un partito responsabile, un partito dinamico, un partito aperto al confronto, un partito di cui essere orgogliosi, un partito locomotiva per la conduzione del Paese. Questo è il Partito liberale radicale che siamo stati e che vogliamo continuare ad essere, oggi e domani.
Tavola rotonda targata Giovani liberali radicali con Cassis, Ducry e Zambelloni
(pubblicato in Opinione liberale, 25.9.2009)
Una tavola rotonda, di nome e di fatto: in una sala del Ristorante Bernasconi, storico ritrovo liberale radicale di Novazzano, i partecipanti – siano essi relatori o spettatori – si sono disposti in cerchio e hanno esternato le loro riflessioni in merito ai vari e complessi rapporti tra l’individuo, la società, l’informazione e la tecnologia. Nei panni di Re Artù, quale moderatrice, la giornalista di rossoblu.ch Fabiana Testori, alla sua corte il Consigliere nazionale Ignazio Cassis, il deputato al Gran Consiglio Jacques Ducry e il filosofo Franco Zambelloni. Niente armi, niente corazze, solo i cavalli bianchi delle parole e delle idee.
Ignazio Cassis, parlamentare federale e uomo di scienza, ha iniziato con il contestualizzare lo sviluppo della ICT (Information and communication technology, in italiano Tecnologia dell’informazione e della comunicazione), per poi passare all’esposizione della sua visione utilitaristica della tecnologia, della quale ha evidenziato gli effetti positivi per l’uomo e per il cittadino: miglioramento della vita, aumento delle comodità, possibilità di comunicare ovunque in tempo reale, ampliamento dell’accesso all’informazione e alla vita pubblica. Della tecnologia – volenti o nolenti – non si può e non si deve fare a meno: sta unicamente all’individuo servirsene con intelligenza, sfruttandone le potenzialità a proprio favore.
Dal canto suo Jacques Ducry, fedele alla sua visione romantica, a tratti nostalgica, della società, ha espresso il suo scetticismo sull’importanza della tecnologia rispetto alla centralità dell’uomo tipica del pensiero liberale: non bastano forse un foglio, un calamaio e una candela per vivere ed esprimere un’emozione? Il deputato, forte della sua esperienza di procuratore pubblico e di giudice istruttore federale, ha inoltre reso attenti alle perversioni e ai pericoli che costituiscono un inevitabile corollario allo sviluppo tecnologico: dalla criminalità finanziaria alla violazione della privacy, passando dalla manipolazione e dalla deformazione mediatica, con i blog che permettono a Monsieur tout le monde di insultare – arbitrariamente, anonimamente e impunemente – chiunque gli capiti a tiro.
Secondo Franco Zambelloni, infine, la tecnologia è innanzitutto uno strumento di libertà; uno strumento che, però, genera dipendenza: ogni innovazione tecnologica, infatti, nasconde un rapporto dialettico fra gli aspetti positivi e quelli negativi, tra la perdita e il guadagno, tra la luce e l’ombra. Riportando un saggio di Freud, il filosofo sottolinea la pericolosità di questa dipendenza, soprattutto se finalizzata all’evasione, necessaria all’uomo, ma che deve essere ricercata a piccole dosi se non si vuole che il ritorno alla realtà sia problematico.
Il bilancio della serata è senz’altro positivo: è stato un momento che ha permesso una profonda riflessione e che, ne sono certo, è stato occasione di crescita e di progresso intellettuale per i Giovani liberali radicali presenti. Se, come ha ricordato Zambelloni, il concetto di progresso può risultare a volte ambiguo, se non addirittura vuoto – progredire, avanzare verso cosa? – il termine è qui calzante, in quanto l’obiettivo del movimento giovanile rispetto al suo aderente è chiaro: contribuire alla formazione di cittadini attenti, responsabili, muniti di spirito critico, interessati alla società che li circonda, aperti al dialogo e al confronto delle idee che caratterizza il liberalismo. Un passo in questa direzione è stato certamente fatto: onore, quindi, ai relatori e all’organizzatore Luca Mombelli.
Nicola Pini
(pubblicato su ACCENT, Ausgabe 03/09)
Se idealmente l’estate, soprattutto nella sua cristallizzazione vacanziera, meriterebbe di essere consacrata a letture che esulino, almeno in parte, dai ritriti ambiti occupati durante il resto dell’anno, nella pratica mi rendo invece conto di come il leggero rallentamento della vita lavorativa caratteristico del periodo permetta di approfondire alcuni temi cari. Ecco perché, dovendo consigliare una lettura estiva ai miei colleghi di Gioventù liberale radicale, il mio pensiero corre verso un agile saggio consacrato alla vittoria elettorale di John Fritzgerald Kennedy e, più in particolare, verso il capitolo dedicato alla serie di dibattiti televisivi tra JFK, futuro presidente, e il suo avversario Richard Nixon.
Il capitolo segnalato racconta una vera e propria rivoluzione nella politica americana dovuta, principalmente ma non esclusivamente, allo sviluppo tecnologico e, più in particolare, della televisione, che negli anni Sessanta raggiungeva il salotto di nove famiglie su dieci. Per la prima volta, in effetti, nelle presidenziali statunitensi fa capolino il dibattito televisivo che, volente o nolente, ha subito un notevole impatto: indipendentemente dalla condivisione o meno dell’altisonante tesi di White – secondo il quale i confronti televisivi fra i due candidati ribaltarono le sorti della campagna elettorale portando Kennedy alla Casa Bianca – l’importanza politica dei quattro dibattiti diffusi dalla televisione americana è provata dal fatto che sono stati seguiti, in media, da 65/70 milioni di spettatori.
Ad ogni modo, lo scontro fra i due candidati alla presidenza segnala il ruolo chiave che la televisione può assumere nell’ambito di un confronto dialettico: se i sondaggi formulati a partire da persone che hanno ascoltato il dibattito alla radio concludono sostanzialmente un pareggio, quelli effettuati a partire da coloro che hanno visto lo stesso dibattito alla televisione non lasciano il minimo dubbio sulla vittoria di JFK. Theodore H. White spiega e argomenta questa sopraffazione televisiva, frutto di molti fattori, quali l’abilità retorica e comunicativa, la preparazione fisica ed estetica al dibattito, l’atteggiamento assunto durante lo stesso… Un’enumerazione volutamente succinta allo scopo di invogliare il lettore a percorrere il capitolo, non solo per capire alcune ragioni alla base della vittoria di Kennedy, ma anche – on ne sait jamais! – per trovarci un qualche utile consiglio in vista di una futura partecipazione a Arena, Infrarouge o Democrazia diretta! Dopo la sua attenta analisi dei quattro dibattiti tra Kennedy e Nixon, White conclude che l’introduzione del dibattito televisivo ha in quell’occasione sminuito – e non favorito – l’approfondimento tematico davanti alla popolazione, essendo la discussione ridotta ad un mero incontro di tennis intellettuale dove la riflessione e il ragionamento non trovano spazio. Di conseguenza, al centro della scelta dell’elettore non sono stati i temi, ma l’immagine veicolata dai due candidati: in breve, il popolo americano ha scelto il proprio presidente tra due portrait, tra due modi di condotta durante uno sforzo, basandosi quindi soprattutto sulla componente emozionale, istintiva, tribale, riducendo così l’elezione del presidente degli Stati Uniti alla scelta personale e sentimentale di un capo.
Pur riconoscendo qualche merito all’introduzione del dibattito televisivo, capace ad esempio di favorire la democratizzazione della discussione politica, la conclusione di White, seppur datata 1961, risulta essere a mio avviso di un’attualità disarmante: Blocher, sfruttando l’emotività sugli schermi di Arena ha conquistato il Consiglio Federale, mentre in Ticino la RSI, per garantire un dibattito televisivo accettabile, deve varare una carta dei dibattiti…altro che Nostradamus!
Referenza: Theodore H. White, La victoire de Kennedy – Comment on fait un président, Parigi, 1961; in particolare il capitolo 11, “Deuxième round: les débats télévisés”, pp. 354-373
Nicola Pini, vicepresidente GLRT e membro del comitato direttivo di GLRS
(pubblicato in Opinione Liberale, 19.6.2009, p. 1)
La votazione del prossimo 27 settembre inerente al finanziamento aggiuntivo dell’Assicurazione Invalidità (AI) tramite un aumento temporaneo – dal gennaio 2011 al dicembre 2017 – dell’Imposta sul valore aggiunto (IVA) solleva due questioni fondamentali per quanto riguarda i giovani e il loro futuro: in gioco, infatti, sono la responsabilità dell’equilibrio intergenerazionale e la salvaguardia a lungo termine della struttura del nostro sistema sociale.
Perché, ad essere in pericolo, non è solo l’AI, il cui debito complessivo di 13 miliardi di franchi aumenta di 4 milioni al giorno, vale a dire 2’800 CHF al minuto, ma piuttosto tutto il primo pilastro, in quanto attualmente è il Fondo di compensazione dell’AVS che copre finanziariamente il buco creato dall’AI, garantendogli così la necessaria liquidità per poter provvedere ai pagamenti delle rendite. Di questo passo, dunque, i giovani d’oggi si vedranno in futuro precludere non solo il diritto all’AI, ma pure quello relativo all’AVS: le riserve di liquidità del fondo di compensazione si riducono sistematicamente, di anno in anno, per coprire i debiti dell’AI e, se non si contrasta questa tendenza, un giorno le pensioni del primo pilastro saranno seriamente compromesse. In breve, continuando a coprire i debiti dell’AI, il fondo dell’AVS sarà prosciugato in una decina d’anni, mettendo così a repentaglio, oltre alla stessa Assicurazione Invalidità, anche il diritto all’Assicurazione Vecchiaia e Superstiti.
Quale giovane ritengo un dovere della società del giorno d’oggi non solo migliorare, ma anche salvaguardare e garantire un importante sistema sociale che copre dei rischi ai quali tutti noi – e tocchiamo ferro! – siamo e saremo esposti: è infatti un diritto del giovane poter beneficiare, anche a lungo termine, di una protezione sociale efficace. Un dovere che non spetta solo ai lavoratori attivi, ma che deve essere allargato a tutti i componenti della società: ecco perché un giovane non può che trovarsi d’accordo con il fatto che sia tutta la popolazione ad adoperarsi per la salvaguardia dell’AI e, indirettamente, dell’AVS, tramite un aumento temporaneo dell’IVA.
Un sacrificio socialmente sostenibile, in quanto si stima che per un’economia domestica con un reddito mensile sino a 4’600 CHF la privazione equivalga ad un pacchetto di sigarette al mese, ma soprattutto un sacrificio necessario: dopo aver ripetutamente operato sulle misure di risparmio e aver inasprito l’accesso alla rendita nell’ambito delle recenti revisione dell’AI, risulta infatti difficile riproporre ulteriori tagli sulle prestazioni, che rischierebbero di compromettere l’efficacia e la credibilità dell’AI. Non siamo certamente il partito delle tasse, anzi, ma…a mali estremi, estremi rimedi! Parlamento e il Consiglio Federale, infatti, sostengono che qualsiasi altra soluzione condurrebbe a tagli insostenibili alle prestazioni, come ad esempio la riduzione del 40% delle rendite.
Occorre quindi sposare la responsabilità e la lungimiranza caratteristiche della politica liberale radicale per trovare una soluzione e, non meno importante, evitare il fantasma dell’egoismo intergenerazionale: l’aumento temporaneo dell’IVA è una soluzione a corto termine e non risolverà di certo il problema, ma permetterà quantomeno di congelare l’indebitamento, di sgravare l’AVS dalla copertura dei debiti e soprattutto di sviluppare, nell’ambito di una sesta revisione dell’AI, una strategia per un risanamento strutturale, equilibrato e a lungo termine. Posticipare la soluzione ad un problema non fa altro che acuirlo: è il momento di agire!
Michele Bertini e Nicola Pini
(pubblicato in Opinione Liberale, 22.05.2009)
Venerdì 15 maggio, nella sala del Gran Consiglio di Bellinzona, una cinquantina di giovani si sono riuniti per l’Assemblea Plenaria del Consiglio Cantonale dei Giovani, allo scopo di discutere, dibattere e, infine, approvare una risoluzione all’indirizzo del Consiglio di Stato. Quest’ultima esprime le richieste, i timori e gli auspici dei giovani partecipanti, accolti ad inizio seduta dalle incoraggianti e stimolanti parole del Cancelliere Giampiero Gianella e del nostro neo primo cittadino – auguri! – Riccardo Calastri, il quale ha ricordato come i giovani debbano essere protagonisti del loro tempo futuro e delle scelte che lo condizioneranno. Il filo conduttore della giornata è ben esplicitato dal titolo “Giovani e politica: linea disturbata?”: la discussione ha dunque toccato diverse tematiche quali l’informazione e la comunicazione diretta ai giovani, sia da parte dei media sia da parte delle istituzioni, come pure la partecipazione alle decisioni politiche e, più in generale, alla vita politico-associativa.
Nove anni dopo la sua creazione, l’Assemblea Plenaria ha conosciuto un’importante novità, in quanto per la prima volta sono stati invitati i movimenti giovanili dei partiti presenti sulla scena politica ticinese: una scelta secondo noi giusta visto che, è innegabile, nel nostro sistema politico, per poter partecipare attivamente alla vita politica, è necessario avvicinarsi a un partito.
Non è un caso che all’origine di tale innovazione ci siano proprio i Giovani Liberali Radicali, i quali avevano richiesto formalmente, tramite una lettera, l’autorizzazione a parteciparvi: crediamo infatti sia molto importante ascoltare il dibattito, a volte appassionato, fra i giovanissimi partecipanti al Consiglio Cantonale dei Giovani, tutti di età compresa tra i 15 ed i 20 anni. Non è forse giusto che un movimento giovanile quale GLRT si impegni ad ascoltare e magari condividere e sostenere alcune valide opinioni e proposte formulate da questi giovani? Secondo noi SI: ecco perché – a differenza di altri movimenti giovanili… – eravamo presenti. Presenti perché crediamo nel futuro, nei giovani non solo come espressione di disagio ma anche di ideali, di speranza, d’intraprendenza e di freschezza.
Troppe volte ci sediamo sugli allori, ripetendo ad oltranza che “Siamo il partito che ha scritto la storia del Canton Ticino”: è sicuramente bello – e probabilmente anche giusto e meritato! – vantarsi di tale prestigiosa eredità, noi però vogliamo essere il partito che oltre ad averla scritta, la Storia del Cantone, continuerà a scriverla, traghettando con equilibrio e lungimiranza il nostro Paese nelle impegnative sfide future che ci attendono.
Nicola Pini, vicepresidente GLRT e membro del comitato direttivo GLRS
Un altro abominevole fatto di sangue, l’omicidio della giovane Lucie Trezzini, suggerisce una rapida e decisa reazione politica: l’istituzione a brevissimo termine di un sistema di “allarme rapimento” che, rigorosamente accertata la scomparsa di un minore e previo consenso dei genitori, diffonda la segnalazione il più celermente e ampiamente possibile, sfruttando tutti i canali a disposizione, dalla radiotelevisione agli sms (o mms). In breve, occorre una modifica della Legge sulla radio-televisione e della Legge sulle telecomunicazioni che imponga la diffusione immediata di un annuncio agli operatori che detengono una concessione avente mandato di “servizio pubblico”.
Fortunatamente, una reazione politica c’è stata: il Consiglio agli Stati ha infatti approvato una mozione del liberale radicale Burkhalter in cui si chiede al Consiglio Federale l’introduzione in Svizzera, entro la fine 2009, di un sistema di “allarme rapimento” che preveda un partenariato tra cantoni, società di trasporto, operatori telefonici, media e associazioni a sostegno delle vittime. Come liberale radicale non posso che condividere una tale proposta, che permette non solo di migliorare la sicurezza delle cittadine e dei cittadini, ma che valorizza uno dei principi cardine del nostro pensiero, vale a dire la responsabilità personale: ognuno può infatti contribuire a contrastare un rapimento. Una condivisione che mantengo pure come ticinese, in quanto la presunta violazione delle competenze cantonali denunciata dal Consiglio Federale non mi sembra costituire un ostacolo: sono ben altri gli ambiti in cui il federalismo deve essere difeso! “Giù le mani dai minori”, dunque!
Nicola Pini, vicepresidente GLRT e membro del comitato direttivo GLRS
(commento alla votazione federale dell’08.02.2009, pubblicato in Opinione Liberale, 13.02.2009)
I Giovani liberali radicali sono scesi in campo con entusiasmo, assumendo un ruolo trainante nel comitato interpartitico giovanile dabei-bleiben, libero-accesso nella sua traduzione italiana. A livello svizzero, con le loro iniziative dinamiche e innovative – in discoteca a Ginevra o sulle piste da sci vallesane e grigionesi – i giovani hanno coinvolto i loro coetanei e hanno contribuito a sconfiggere, attraverso lucide argomentazioni razionali, le ragioni spesso pretestuose dei contrari: il gesto simbolico di liberare nel cielo di Zurigo una colomba bianca per contrastare i corvi neri dell’UDC si è dunque concretizzato in un risultato complessivo netto e appagante. Discorso diverso, invece, per quanto riguarda il Ticino: nulla ha potuto l’attivismo giovanile – l’organizzazione di un torneo di calcio interpartitico – contro la paura fomentata ad arte da alcuni politici ticinesi che, con il loro istrionico atteggiamento, sono riusciti a instaurare un’atmosfera di disinformazione e di non-dibattito che fa tremare chiunque si definisca una persona liberale.
Nicola Pini, membre comité directeur JLRS et redacteur en chef ACCENT
Lors d’une conférence à l’Université de Lausanne, l’historien suisse Jean-François Bergier – le président de la commission éponyme créée dans la deuxième moitié des années 1990 pour éclaircir le rôle de la Suisse pendant la Seconde Guerre mondiale – a affirmé l’importance pour les historiens de voyager non seulement dans le temps, mais aussi dans l’espace : un conseil qui est évidemment généralisable à toute catégorie socioprofessionnelle.
Assis à côte de lui – j’ai en effet eu l’honneur d’introduire son exposé par un discours – j’ai tout de suite pensé à la votation sur l’extension de la libre circulation des personnes: seule une décision positive permettra à toute personne – et notamment aux jeunes – de pouvoir compléter, perfectionner et améliorer leur formation académique ou professionnelle par une expérience dans les 27 pays membres de l’Union européenne. L’expérience à l’étranger représente en effet à la fois un enrichissement culturel nécessaire d’un point de vue personnel et une véritable valeur ajoutée dans le monde du travail : un OUI le 8 février prochain constitue donc un passage obligatoire et incontournable pour l’avenir des jeunes.
C’est pourquoi, étant donné l’importance capitale de cette votation, le Comité directeur des Jeunes Libéraux Radicaux Suisses a décidé de consacrer un numéro de son magazine ACCENT à ce sujet, en réunissant – c’est désormais l’habitude – des textes écrits par des personnalités politiques suisses ainsi que par de jeunes politiciens.
Nicola Pini, vicepresidente GLRT e membro comitato direttivo GLRS ; Stefano Steiger, presidente GLR Locarnese e Vallemaggia
(pubblicato in Corriere del Ticino, Opinione Liberale, 21.11.2008)
“L’erba di Grace” è una piacevole commedia ambientata nelle lontane terre della Cornovaglia. Le peripezie della protagonista del film, un’anziana signora, prendono inizio alla morte del marito: senza il becco di un quattrino e sommersa dai debiti, la donna deve trovare una via d’uscita per salvare baracca e burattini. È il suo giardiniere a suggerirle – più o meno velatamente – la soluzione, chiedendole di occuparsi di alcune piantine, quelle piantine, nascoste nei pressi della Chiesa del villaggio: nasce così una vera e propria coltivazione di marijuana che porterà i protagonisti ad imbattersi in strane ed esilaranti avventure che si risolveranno nel più inatteso degli happy end.
Non appaiono però tanto lontane le terre della Cornovaglia se, con un pizzico di memoria, si paragona la situazione in cui incappa la simpatica vecchina a quella cantonal ticinese precedente l’avvio delle inchieste indoor nel 2003. Difatti – e non sono certo due baldi giovani a dirlo, ma la nostra massima istanza giudiziaria, solitamente posata e prudente – allora regnava in Ticino un certo disorientamento nella società sulla questione della canapa, tanto da aver facilitato l’incunearsi durevole e diffuso di condotte illecite che una coerente politica della droga avrebbe invece dovuto bloccare sul nascere (DTF 6S.56/2006). Ovvero, detto in soldoni, il completo lassismo dell’autorità sulla questione canapa aveva prodotto il proliferare incontrollato di canapai, presenti ovunque – per rimanere in ambito botanico – come il prezzemolo.
Ma dagli errori del passato non sempre si vuole imparare: purtroppo da un’incoerente politica della canapa non si è passati ad una politica ragionevole, ma alla più classica ed inutile repressione, paragonabile per intransigenza e inefficacia al proibizionismo stelle e strisce di inizio secolo. Come rettamente sottolineato dal criminologo Michel Venturelli, sono molti gli effetti negativi delle inchieste indoor: nel “dopo Perugini”, infatti, la canapa è finita sul mercato nero, mescolandosi ad altre sostanze, facendosi più rara e più cara, mentre la cocaina, sempre più democratica, si è fissata ai minimi storici di CHF 20.– per dose, vale a dire il 10% di quello che era il prezzo ordinario (CHF 200.–). In altre parole, la caccia alle streghe attuata nei confronti della canapa ha incentivato l’uso della cocaina fra i più giovani, sostanza dagli effetti devastanti. Insomma, “piantiamola” di sparare sui passeri con l’artiglieria e affrontiamo la canapa per quello che è, una sostanza non certo più pericolosa di alcol o tabacco.
Ecco perché, dunque, sosteniamo Ignazio Cassis, consigliere nazionale PLR e già medico cantonale, nel suo impegno a favore della depenalizzazione della canapa. Bisogna infatti avere il coraggio per cambiare paradigma, regolamentando il mercato – producendo così più ordine e sicurezza – e accentuando maggiormente la prevenzione e la consulenza anziché la repressione, così come sostenuto dalla Commissione federale per le questioni relative alla droga. Il mondo reale impone una scelta: noi preferiamo l’erba di Grace alla “coca” di Giuliano!
Nicola Pini, membro comitato direttivo Giovani liberali radicali svizzeri (GLRS) e presidente STOICA (Studenti Ticinesi Organizzati In Clima Amichevole)
(pubblicato in Popolo e Libertà, 24.10.2008, p. 13)
Assegni o prestiti di studio? La domanda è impegnativa perché oppone due parti di me: da una parte il cuore, il sentimento, che mi farebbe non solo dire, ma addirittura urlare, che le borse di studio costituiscono una delle conquiste – liberali! – più importanti per la democratizzazione degli studi e che dunque non devono in alcun modo essere messe in discussione; dall’altra la testa, la ragione, che mi farebbe propendere per un più razionale e paradossalmente più sociale “meglio dei prestiti per tutti che un assegno per pochi”. Soprattutto nel caso in cui il sistema dei prestiti di studio si avvicinasse al modello proposto da GLRS: un sistema basato su un risarcimento progressivo applicato al salario futuro – e non a quello di partenza – dello studente. In breve, si restituirebbe allo Stato una percentuale proporzionale al salario che si guadagnerà dopo gli studi: se con 160’000 franchi annui si rimborsa il 100% della somma ricevuta, sotto la soglia dei 70’000 non occorre risarcire nulla. Il dibattito è aperto, non solo dentro di me.
La situazione ticinese, con il suo obbiettivo di risanare le finanze, spezza l’equilibrio e fa pendere l’ago della bilancia dalla parte del Consiglio di Stato: sostengo quindi la decisione dell’esecutivo cantonale di trasformare una parte degli assegni in prestiti di studio; una decisione certo sofferta, ma necessaria, come più volte ribadito dall’onorevole Gabriele Gendotti. Si tratta, qui, di coerenza: non possiamo predicare costantemente la simmetria dei sacrifici per poi contestare ogni misura che ci colpisce, secondo quella che in politologia si chiama sindrome del NIMBY: not in my backyard. Credo fermamente nell’importanza della formazione, dell’istruzione, della cultura e della conoscenza anche fine a sé stessa – la mia laurea in Storia lo dimostra – ma al tempo stesso sono convinto della necessità di sacrificarsi, a volte, per il bene comune: perché solo uno Stato con delle finanze sane potrà garantire con costanza e a lungo termine una scuola di qualità per tutti!
Nicola Pini, membro comitato GLRS e caporedattore ACCENT
1948-2008 : sono ormai trascorsi 60 anni dall’introduzione dell’AVS in Svizzera. Se da un lato questo prestigioso traguardo va festeggiato, dall’altro tale ricorrenza deve rendere attenti ai problemi che, innegabilmente, stanno minando l’esistenza stessa dell’assicurazione vecchiaia: la tendenza all’invecchiamento della popolazione – diretta conseguenza di quel fenomeno che in demografia si chiama double ageing, ovvero la combine tra l’aumento della speranza di vita e della diminuzione della natalità – costituisce in effetti un serio pericolo per la sua stabilità finanziaria, in quanto il rapporto tra contribuenti e beneficiari è sempre più sfavorevole.
È proprio da questa situazione dicotomica tra voglia di festeggiare e preoccupazione per l’avvenire che deriva il presente numero di Accent: certo commemorazione, ma anche, se non soprattutto, riflessione. In effetti, l’AVS necessita di un regalo di compleanno: un fermo e convinto NO all’iniziativa popolare per un pensionamento flessibile. Un’iniziativa che, a differenza di quanto enunciato erroneamente – o furbescamente? – nel titolo, non mira a flessibilizzare il diritto alla pensione, ma auspica invece un abbassamento generale dell’età di pensionamento a 62 anni: sarebbe dunque la quasi totalità dei lavoratori a poter beneficiare della rendita anticipata senza decurtazione (la soglia fissata a un reddito di 120’000 franchi include l’85% dei lavoratori). Una proposta irresponsabile, un veleno altamente tossico per l’AVS, che non solo mina i fondamenti stessi della sostenibilità finanziaria di questa assicurazione sociale, ma che, a lungo termine, rischierà di comprometterne l’esistenza stessa, privando così noi giovani del diritto alla pensione. Perciò i Giovani liberali radicali svizzeri hanno iniziato, lo scorso primo ottobre, una campagna contro l’iniziativa distribuendo nelle vie di Berna dei cioccolatini e dei palloncini: che non si mangi la cioccolata dei bambini, altrimenti le loro pensioni prendono il volo!
Al contrario di quanto proposto dall’iniziativa, infatti, la soluzione è da ricercare in una revisione radicale dei modelli di previdenza della vecchiaia, una revisione necessariamente improntata su una vera – e non solo proclamata! – flessibilità dell’età di pensionamento, verso l’alto come verso il basso. Da una parte bisogna incentivare la permanenza e migliorare l’integrazione nel mondo del lavoro delle persone anziane, mentre dall’altra occorre garantire un pensionamento anticipato a quelle professioni che, strutturalmente, implicano un logorio fisico maggiore. In breve, il pensionamento anticipato non deve toccare tutti – ad annaffiatoio – ma deve essere attribuito secondo criteri ben precisi. A questo titolo suscita molto interesse il concetto di Coefficient d’effort professionnel et familial descritto in uno studio dell’Istituto di alti studi in amministrazione pubblica (Idheap) di Losanna: uno studio accademico che dimostra come la strategia improntata alla flessibilità sia vincente a livello europeo. Affaire à suivre!
Nicola Pini, Vorstandsmitglied jfs und Chefredaktor Accent
« Pronti, partenza…via » : c’est la Rentrée ! Après deux mois de vacances, de travail, de stage ou d’étude en vue de la session d’examens, la reprise des cours pèse encore une fois sur la vie des étudiants. Les Jeunes Libéraux Radicaux Suisses ne peuvent que s’intéresser à cette rentrée académique, non seulement car ils comptent parmi eux plusieurs sections universitaires et de hautes écoles – qui seront d’ailleurs présentées à partir de la page 12 – mais aussi parce que la formation est un des piliers fondamentaux de la politique des JLRS : d’après nous, en effet, la matière grise doit être considérée comme la matière première de notre pays ! Die Jungfreisinnigen sind überzeugt davon, dass Bildung und Forschung wichtige Grundlagen unseres Wohlstandes sind: Deshalb müssen wir diesem Bereich Sorge tragen. Insbesondere kämpfen wir für ein qualitativ hochwertiges und schweizweit harmonisiertes Schulsystem. La particolare attenzione per l’istruzione e la formazione ha lasciato segni indelebili anche in Ticino: si deve proprio ad un’iniziativa dei Giovani liberali radicali l’introduzione, qualche anno fa, dell’ora di Civica nella scuola dell’obbligo.
Ce numéro est donc consacré dans sa totalité à la formation : die Ausbildung. D’une part il se focalise sur des sujets relatifs à l’instruction scolaire au sens large du terme, comme le projet HarmoS, la question de la liberté de choix de l’école et le travail de la commission parlementaire de la science, de l’éducation et de la culture; d’autre part il se penche sur des thèmes qui concernent plus concrètement la large majorité des étudiants des hautes écoles : on s’est donc interrogé sur le rapport entre la politique et l’Université, sur la question du financement des études et sur l’efficacité du Système de Bologne.
Le corpus des auteurs est constitué par un mélange entre d’une part des jeunes qui – comme vous – ont la passion de la politique et de l’autre des personnalités remarquables, tels que le Président Fulvio Pelli, le Secrétaire d’Etat Mauro Dell’Ambrogio, le Conseiller National Ruedi Noser, les politologues Oscar Mazzoleni et Ioannis Papadopoulos. Le but est de créer un équilibre, le même équilibre que l’on doit retrouver dans toute formation complète, solide et efficace, qui doit être composée de deux types précis de savoirs: un savoir général, qui permet de bien vivre et de comprendre la société d’aujourd’hui, et un savoir spécifique, qui doit garantir des débouchés professionnels adéquats après les études. Bonne reprise académique à toutes et à tous !
Nicola Pini e Stefano Rizzi, membri comitato direttivo dei Giovani Liberali Radicali Svizzeri (GLRS)
(pubblicato in Popolo e Libertà, 05.09.2008, p. 7))
L’inaspettato invito non è passato inosservato: i Giovani liberali radicali hanno infatti partecipato con entusiasmo alla bella serata organizzata da Generazione Giovani: un sentito ringraziamento a chi, lungimirante, ha optato per una tale apertura interpartitica.
Di tutti i movimenti giovanili, i GLR sono i soli ad aver risposto positivamente alla gentile chiamata: certo una chiara risposta di ricambiata apertura, ma pure un segnale di coerenza, a sostegno di quel “patto di paese” più volte auspicato dal nostro presidente, Giovanni Merlini. Passata l’epoca delle profonde rivalità – che portavano pure a violenti tafferugli con tanto di pistolettate, morti e feriti – noi giovani liberali radicali crediamo nell’importanza dell’intrattenere, al di là delle divergenze di pensiero, dei rapporti cordiali con i nostri omologhi pipidini.
L’antagonismo non deve essere né sistematico né personale, ma tematico. Se su certe questioni un confronto è inevitabile, su altre un orientamento comune è da sottolineare e, magari, da sfruttare maggiormente. Un esempio attuale? L’iniziativa popolare per un pensionamento flessibile, che ci vede entrambi schierati – a livello federale – dalla parte dei contrari. Dobbiamo essere consapevoli della necessità di lavorare assieme qualche volta, alla ricerca di soluzioni pragmatiche e realizzabili: non solo per il bene del nostro amato Paese, ma anche per evitare quella polarizzazione verso gli estremi – a destra come a sinistra – che, purtroppo, tende a prendere il largo anche a livello giovanile. Perché non tutti i giovani sono estremisti e utopici; ce ne sono anche di più pragmatici: è questo realismo, questa moderazione che, a volte, può accomunare i nostri due movimenti giovanili. Avanti così: pragmaticamente utopici! Saluti liberali radicali.
Nicola Pini, membro comitato direttivo GLRS
(discorso pronunciato davanti al Comitato Cantonale del PLRT il 4.09.2008)
Caro Presidente, Onorevoli Consiglieri di Stato, Care Amiche, Cari Amici liberali radicali,
sono qui questa sera per presentarvi l’iniziativa per l’abolizione del diritto di ricorso delle associazioni ambientaliste, in votazione il prossimo 30 novembre. Si tratta di un’iniziativa liberale radicale che ha l’appoggio di molte associazioni economiche, del PLRS (che l’ha approvata a larga maggioranza durante l’ultima assemblea dei delegati), di tutte le sezioni cantonali che si sono espresse finora (anche le più scettiche inizialmente), delle Donne liberali radicali svizzere e dei Giovani Liberali Radicali Svizzeri, che ho l’onore di rappresentare in questa sede).
In breve, l’iniziativa chiede di sopprimere il diritto di ricorso – accordato finora in via eccezionale – a trenta organizzazioni private su dei progetti che hanno ottenuto una legittimità democratica, dunque che sono stati accettati tramite una votazione popolare o una decisione parlamentare. Solo in questi due casi, il diritto di ricorso non sarà più possibile – mentre rimarrà ammissibile per quanto riguarda le decisioni prese da un esecutivo o da un’amministrazione. Si tratta dunque di limitare, e non sopprimere totalmente, limitare il diritto di ricorso quando la decisione è stata presa democraticamente. Lo scopo principale dell’iniziativa è chiaro: l’equilibrio. Il fine è quello di pesare, equilibrare, amalgamare l’economia e l’ambiente, così come la volontà popolare e il diritto di veto di alcune associazioni private.
Perché, dunque, sostenere l’iniziativa?
Un punto fondamentale da chiarire è che questa iniziativa NON è contro l’ambiente: un giovane di 23 anni, quale sono, non potrebbe mai essere contro l’ambiente. Io sono a favore dell’ambiente (abbiamo bisogno della natura); ma sono altresì convinto che in alcun modo questa iniziativa va contro l’ambiente, ma va contro una procedura iniqua.Questa iniziativa vuole esclusivamente normalizzare una procedura anomala; eliminando un diritto di ricorso che ha perso la sua ragion d’essere, un diritto di ricorso che imbavaglia la democrazia e la crescita economica.
Questa iniziativa intende conciliare, equilibrare, ambiente e crescita economica, vale a dire due dei tre temi fondamentali del PLRT, decisi lo scorso comitato cantonale. È questo il nostro dovere: la sostenibilità; una sostenibilità che nasce, che scaturisce, da una ponderazione razionale di questi due elementi. La protezione dell’ambiente è necessaria, siamo d’accordo, ma non è sufficiente: è questo il concetto di sviluppo sostenibile. Somma, non divisione. Visione globale, non parziale. Grazie per l’attenzione.
Nicola Pini
(pubblicato in Azione, 19 agosto 2008, p. 27)
Scendo dall’auto – uno degli oltre 20’000 taxi di Rio de Janeiro – e sono ai piedi della Rocinha: mi trovo davanti ad una montagna di case variopinte che, sovrapposte disordinatamente, sembrano arrampicarsi sempre più su, sino al cielo, eguagliando quel Cristo Redentore – il Corcovado – da poco diventato una delle sette meraviglie del mondo e da decenni simbolo di Rio de Janeiro. Camminando per le viuzze della favela, strette e caotiche, le mie sensazioni sono ambigue: oscillo tra l’impressionato e il curioso. Certo, se avessi saputo che un fucile era puntato su di me e che quei bambini che giocavano innocenti con gli aquiloni colorati segnalavano al tiratore di non premere il grilletto, sarei stato pure terrorizzato. La mia salvezza? Stare con Emerson, giovane abitante del luogo (non il giocatore del Milan): sono pulito, dunque, tanto vale conservare la pallottola per un altro. Subito salta all’occhio una delle particolarità della favela, vale a dire il suo carattere comunitario: tutti si conoscono, o meglio riconoscono, solo gli amici possono accedervi. Nessun altro, nemmeno la polizia: “Qui comandano i trafficanti di droga – sentenzia Emerson – e la polizia è pagata per non entrare”. Quando entra, invece, lo fa in spedizioni armate allo scopo di arrestare i narcotrafficanti e la conseguenza è sempre la stessa: una cruenta sparatoria con diversi morti, tra cui pure coloro che si trovano nel posto sbagliato nel momento sbagliato, che cadono colpiti da pallottole vaganti. Tuttavia, non si può dire che la criminalità serpeggi all’interno della favela, anzi, a tal punto che, scherzosamente, mi si dice che il Banco do Brasil della Rocinha è l’unica succursale della banca che non sia mai stata svaligiata. In effetti, se da un lato le vicinanze della favela sono pericolosissime per i turisti ma anche per gli abitanti degli altri quartieri di Rio, dall’altro all’interno della Rocinha i trafficanti hanno costituito una struttura parastatale che esercita un controllo sociale secondo una specie di diritto comunitario: “se rubi a qualcuno del posto ti tagliano la mano, se non la testa” precisa il mio accompagnatore.
Dopo un qualche centinaio di metri ci fermiamo ad un ristorante, è ora di pranzare: entriamo e comandiamo una dobradinha, uno spezzatino di carne e fagioli. Mi accorgo all’istante che la cucina è in mostra e tutti gli inservienti, dal cuoco alla cameriera, portano i guanti e la cuffia igienica: alla faccia della baraccopoli! Dopo aver bevuto un cafesinho, Emerson mi carica sul retro di una mototaxi – ne circolano circa 2 mila – e incarica il guidatore, senza patente e senza casco, di scorrazzarmi per la favela. Né la guida spericolata, con moto che mi passano a destra e a sinistra, né il clacson azionato sistematicamente tengono però a freno il mio sguardo curioso e, durante il tragitto, noto con stupore lo studio di un dentista, un negozio di TV, una sala giochi, un bancomat e…un McDonalds! Quando scendo dalla moto mi accorgo di essere nel punto più alto della favela e il panorama che mi si svela davanti agli occhi mi toglie letteralmente il fiato: vedo il Corcovado, il Pan di Zucchero (una montagna a forma di Panettone), la spiaggia di Copacabana. “È la miglior vista di Rio, qui” sentenzia il mototaxista, e io non mi sogno neanche lontanamente di smentirlo. Non a caso lo stato ha più volte cercato di cacciare gli abitanti da quel luogo stupendo e finanziariamente interessante, pure mettendo a disposizione dei prefabbricati in altri siti, ma loro, i favelados, non se ne vanno. Abbassando la sguardo, però, mi accorgo della presenza di una villa enorme, con più stabilimenti e piscine: “È la scuola americana – commenta Emerson – dove stanno i ricchi figli di papà. Qui a Rio, il povero e il ricco stanno vicini, vicinissimi”. In effetti, giusto per citare un altro esempio, solo una strada separa i moderni e lussuosi appartamenti di San Conrado, il quartiere più caro di Rio, e la spiaggia di fronte, occupata, nelle caldissime domeniche brasiliane, dagli abitanti della Rocinha, mentre i ricchi inquilini preferiscono spostarsi sino alla spiaggia di Ipanema. Una differenza enorme rispetto alla più livellata Svizzera: in Brasile la forbice sociale è larghissima, o sei ricchissimo o sei poverissimo, mentre la classe media è minima. La nostra discussione è però interrotta da un’auto che, dopo aver proseguito con andatura incerta, si ferma a pochi metri da noi: un uomo, che non avevo notato, consegna della droga alla donna al volante. “I ricchi…ci disprezzano, ma se vogliono la droga…” mi sussurra un tizio, che subito aggiunge “non guardare, non vogliono che si guardi”. Visto che di pallottole in corpo non ne voglio, distolgo all’istante lo sguardo, con indifferenza e omertà, ma Emerson rilancia l’argomento: “Fare gli spacciatori, qui, è la scelta più facile, si guadagnano tanti soldi: si dice che il giro d’affari di una settimana è di 5 milioni di Reais (all’incirca 3 milioni e mezzo di franchi). Ne conosco molti: da bambini giocavamo sempre assieme, poi hanno fatto una scelta diversa dalla mia…ma non per questo non siamo più amici. Solo non voglio saperne nulla dei loro affari. Hanno bei vestiti, il portafoglio pieno e belle donne, ma io preferisco l’onestà”. Una scelta coraggiosa, difficile, lodevole, quella di Emerson, 26 anni, disoccupato, due figli a carico. Ma, purtroppo, non è una decisione presa da tutti, anzi. Non sono tutte rose e fiori, qui: viste panoramiche, McDonalds e cuffie igieniche a parte, la povertà regna sovrana, è difficile dire di no ai soldi facili.
Ci dirigiamo, a piedi, verso casa sua: le vie sono strettissime e, a volte, ci dobbiamo disporre in fila indiana per passarvi. Un labirinto pullulante di gente, un termitaio. Case in piedi per miracolo, rifiuti sparsi, rumore assordante, cavi elettrici ovunque. Entrati in casa, però, lo scenario cambia: benché la casa sia piccolissima – ma, tanto, si vive tutto il tempo fuori, in strada, con la gente – il suo interno è pulitissimo e accessoriato, un bel bagno, una cucina pulita, una televisione con tanto di lettore dvd. La madre di Emerson, da poco tornata dal lavoro, ci sta preparando la cena e quello che mi racconta costituisce uno spaccato di vita finanziaria di un abitante della Rocinha: “Sono fortunata, ho un buon lavoro, guadagno sui 1000 Reais al mese, quando il salario minimo è di 350 Reais; ma 600 li assorbe l’affitto, senza contare l’elettricità. Mi tocca vivere con 300 Reais al mese (200 franchi circa)”. No, non sono proprio tutte rose e fiori, qui.
Eppure, quando dopocena ci rechiamo alla Scuola di Samba prima e in una discoteca poi, di tristezza non ne vedo negli occhi delle persone. Anzi. Ovunque mi giri scorgo persone felici, che ridono, scherzano, si divertono e, ovviamente, ballano la samba e il forró. Una serata bellissima, allegra, spensierata. Quando sottolineo enfaticamente questa condizione di felicità del popolo brasiliano a Emerson, la sua domanda mi mette decisamente in scacco matto: “Ma com’è che la ricca Svizzera, dove tutti hanno un letto e da mangiare, è tra i paesi con il più alto tasso di suicidi?”. Altre priorità, altri bisogni, altri obbiettivi, gli rispondo, ma mi accorgo che il messaggio non è passato. Fortunatamente, una ragazza mi toglie dall’imbarazzo chiedendomi di ballare. Il rovescio della medaglia, Emerson, il rovescio della medaglia.
Nicola Pini, Vorstandsmitglied jfs und Chefredaktor Accent
(editorial, publié in ACCENT, Ausgabe 02/08)
Jungunternehmen ; jeunes entreprises ; nuove imprese ; start up companies: le thème est intéressant et stimulant, mais doit être abordé d’une manière sérieuse. En effet, si d’un côté le fait de devenir un entrepreneur peut constituer un objectif assez répandu – notamment chez les jeunes, qui sont par définition plus ambitieux et dynamiques que les personnes plus âgées – d’un autre côté le chemin vers l’indépendance cache toute une série de défis qui peuvent transformer le rêve du jeune entrepreneur en cauchemar. Un simple chiffre suffit à témoigner du danger : environ la moitié des personnes qui se lancent font faillite durant les trois premières années d’activité. Bref, la décision de devenir entrepreneur doit être pensée et calculée, car le candidat doit être conscient à la fois de l’importance de la préparation et des obstacles qu’il doit contourner. Les pages suivantes se focalisent justement sur ces difficultés, en démontrant qu’elles sont surmontables : en effet, des jeunes entrepreneurs montrent que le rêve de l’indépendance peut parfois devenir réalité. Après ces contributions, si les défis énumérés ne vous ont pas découragés, vous pourriez vérifier dans quelle mesure vous avez les capacités pour entreprendre une activité autonome. Sans trop se fier à ce genre de tests, ce petit jeu – « Êtes-vous un entrepreneur ? » – peut quand même vous donner un premier avis, positif ou négatif. Le test étant réussi cum laude, vous avez la possibilité de profiter de l’offre spéciale dont les Jeunes Libéraux Radicaux Suisses bénéficient : contactez donc STARTUPS.CH !
En effet, la création des nouvelles entreprises concrétise un des piliers de l’esprit libéral, à savoir l’initiative personnelle. C’est pourquoi les Jeunes Libéraux Radicaux – depuis toujours sensibles à la création de richesse et de postes de travail – se battent pour une simplification des tâches administratives pour les entreprises, comme le prouve, entre autre, notre soutien à la réforme de la TVA proposé par le Conseiller fédéral Merz, qui postule l’introduction d’un taux unique.
Intervista rilasciata a Radio Fiume Ticino il 2 luglio 2008
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Nicola Pini, membro del comitato direttivo GLRS e del comitato JLR Unil-Epfl
(pubblicato in Opinione Liberale, 19.06.2008)
A pochi mesi dalla fusione del Partito Liberale Radicale Svizzero con i “cugini” del Partito Liberale Svizzero (PLS), prevista per il prossimo ottobre – unione peraltro già concretizzata dai rispettivi movimenti giovanili lo scorso mese d’aprile – vale la pena rispolverare qualche vecchio documento per ricordarci che una divisione simile si manifestò pure alle nostre latitudini: il Partito Liberale Radicale Democratico Ticinese (PLRDT), infatti, calcò il terreno dell’arena politica ticinese tra il 1934 e il 1946 opponendosi, talvolta ferocemente, all’ufficiale PLRT, ristrutturando dunque il panorama politico cantonale per oltre un ventennio.
Il PLRDT (1934-1946)
Il nuovo partito, creatosi ufficialmente il 18 febbraio 1934, scaturì dall’integrazione della “Federazione Gioventù Liberale Radicale Ticinese” (FGLRT), dei “Franchi Liberali Luganesi” e dei democratici di Locarno e Giubiasco; in breve, dall’unione tra il movimento giovanile e l’ala sinistra del PLRT. Un ruolo chiave fu giocato non solo dal foglio “Avanguardia”, che diventò l’organo ufficiale del PLRDT, ma pure da personalità di spicco del liberalismo ticinese quali Camillo Olgiati, Alberto De Filippis, Giovan Battista Rusca e Guido Guglielmetti. In sintesi, la scissione del 1934 è dovuta principalmente a tre divergenze interne al partito, quali l’attitudine verso il fascismo, la sensibilità riguardante la questione sociale e, infine, la possibile intesa con i socialisti di Canevascini: in effetti, “Fronte Unico antifascista, liberalismo sociale, tutela dei ceti medi, ma anche democrazia governante, costituivano […] l’ossatura programmatica del partito” scissionista (Macaluso Pompeo, Liberali antifascisti – Storia del Partito Liberale Radicale Democratico Ticinese, Locarno: Armando Dadò editore, 2004, p. 234). In ogni caso, dopo un inizio di duro confronto, il mutare del corso degli eventi internazionali e il ricambio generazionale all’interno delle varie correnti placarono le divergenze rendendo così la fusione ineluttabile nel 1946. La vicenda PLRDT lasciò però il segno in quanto gli anni successivi si caratterizzarono proprio da quell’Intesa di sinistra con il partito socialista fortemente e costantemente auspicata dagli scissionisti.
Gli insegnamenti
Ma ciò che più mi ha colpito durante la lettura dell’appassionante saggio di Pompeo Macaluso è l’incredibile attualità di due messaggi che, senza cadere nell’anacronismo, l’avventura del PLRDT può veicolare.
Il primo messaggio, abbastanza esplicito, è evidentemente quello dell’importanza fondamentale dell’unità del partito: se lo scambio dialettico costituisce – lo si sente (giustamente) ripetere in continuazione – un punto di forza del Partitone, esso deve restare costruttivo e riconciliante, ma soprattutto deve evitare il pericolo dell’estremismo e dell’esasperazione. Siamo “un” partito, siamo “il” partito: insieme si governa il Cantone, divisi si resta ai margini del potere, la Storia ce lo indica chiaramente. E, andreottianamente, che il potere logora chi non ce l’ha…
Il secondo messaggio, più implicito, riguarda l’importanza del movimento giovanile, vero e proprio motore della scissione del 1934. I “giovani”, infatti, perché non ascoltati – per contrastare l’incondizionato antifascismo della FGLRT i dirigenti del partito volevano addirittura abbassare l’età di appartenenza al movimento e integrarlo alle sezioni comunali! – hanno deciso di separarsi dai “grandi”, per poi riconfluire alla casa madre nel Dopoguerra, con più peso, tanto da vedersi accontentare per quanto riguarda la direzione da imboccare per il ventennio successivo. Senza volerci soffermare sulle differenze di pensiero fra i due movimenti interni al partito dell’epoca, la vicenda costituisce non solo una vera e propria dimostrazione dell’importanza delle giovani leve in seno al partito, ma soprattutto un segnale di quanto il movimento giovanile possa apportare a quest’ultimo, grazie al suo dinamismo e alla sua vitalità. La volontà del giovane liberale radicale di imparare dai membri più esperti del partito, insomma, si deve indissolubilmente appaiare ad una considerazione e a una disponibilità da parte dei veterani: ecco la ricetta di oggi per garantire un domani radioso e, di conseguenza, targato PLR!
Nicola Pini, Presidente STOICA (Associazione degli studenti ticinesi a Losanna)
(pubblicato in La Regione, 28.05.2008)
Hai l’abbonamento generale? Sei studente? Fa niente, paga il supplemento!
Il Comitato della STOICA, l’Associazione degli studenti ticinesi a Losanna, si sente in dovere – a tutela dei diritti dei quasi 800 studenti ticinesi residenti sulle sponde del Lemano – di denunciare pubblicamente una situazione che ritiene scandalosa, ovvero l’imposizione di un supplemento di due franchi per l’utilizzo del treno panoramico sulla Centovallina che copre la tratta fra Locarno e Domodossola. Già l’imposizione di una tassa supplementare risulta altamente sconveniente, ma se si pensa che non esiste possibilità di scelta visto che tutto il treno – e non il singolo vagone – è panoramico, la pretesa da parte della dirigenza della SSIF – Società Subalpina di imprese ferroviarie – risulta addirittura offensiva e antiliberale.
Nicola Pini e Matteo Rossi
(pubblicato in Azione, 06.05.2008, p. 45)
Gli ormai imminenti Europei di calcio ci ricordano come non sia la prima volta che una grande manifestazione calcistica venga organizzata alle nostre latitudini: la Svizzera, in effetti, ospitò i Campionati del mondo nel 1954. Al di là dei risultati prettamente sportivi – che videro una sorprendente Germania trionfare dopo una combattuta finale sulla leggendaria Ungheria di Puskas, con un’ottima Svizzera arenatasi sullo scoglio dei quarti di finale contro l’Austria – i Mondiali del 1954 offrono interessanti spunti da un punto di vista mediatico.
La Radio
Gli anni Cinquanta rappresentano l’apogeo della radiofonia, che si diffonde in tutti gli strati sociali raggiungendo, in Svizzera, la ragguardevole soglia del milione di concessioni. Lo sport, in particolare il ciclismo e il calcio, si rivela particolarmente radiogenico: la radio, infatti, valorizza il rapporto dialettico tra elementi prevedibili, come l’ora d’inizio e la posta in gioco, ed elementi imprevedibili, come lo svolgimento o il risultato della gara. Per la prima volta, grazie al media radiofonico, i tifosi possono seguire in diretta l’evento – sentendo addirittura in sottofondo i rumori tipici dello stadio – senza recarsi direttamente sul luogo della manifestazione: il réportage sportivo, in effetti, permette di annullare le distanze, dando così la possibilità ad un tifoso ticinese di seguire le partite della nazionale elvetica anche se queste si svolgono a Basilea o Ginevra. Inoltre, il fascino della diretta, contrapposto al prima o dopo della stampa, permette di vivere istantaneamente e soprattutto intensamente l’incontro, minuto per minuto, emozione su emozione, in una sorta di dramma sonoro.
La figura chiave della diretta radiofonica è, evidentemente, il reporter: gli odierni spettatori, che seguono una partita di calcio in televisione, possono guardare direttamente le immagini e giudicare loro stessi l’andamento del match, la voce del cronista è dunque sussidiaria; al contrario, un ascoltatore radiofonico risulta assolutamente dipendente da questa voce. La vivacità del reporter è indispensabile per accaparrarsi l’attenzione dell’uditorio: il suo tono concitato durante i momenti più salienti dell’incontro si differenzia da un tono di voce più neutro nei passaggi meno importanti della gara. Riascoltando la radiocronaca di un cronista romando, Marcel Suez, in arte Squibbs, durante la partita Svizzera-Italia giocata a Basilea il 23 giugno 1954 – che ha permesso agli elvetici di accedere ai quarti di finale della manifestazione – si nota come il reporter si comporti da vero tifoso: quando i rossocrociati segnano una rete esplode in urla di gioia, mentre la sua reazione è molto più contenuta quando gli italiani mettono a segno il goal della bandiera. Gli ascoltatori radiofonici sono chiamati in causa più volte dal cronista che chiede loro di tenere i pugni per la nazionale elvetica; le emozioni sono trasmesse in diretta, lo spettatore presente allo stadio e gli ascoltatori radiofonici condividono gioie e dolori. Il pubblico presente a Basilea disturba anche il lavoro del cronista, infatti Squibbs afferma, dopo una rete elvetica, di non riuscire a vedere il terreno di gioco per colpa di alcuni tifosi ticinesi che festeggiano davanti alla sua postazione. Uno scalmanato spettatore è persino riuscito a strappare il microfono dalle mani del cronista e a urlare la propria soddisfazione agli ascoltatori radiofonici. La vivacità di questa radiocronaca e le emozioni trasmesse sono il segno dell’epocale cambiamento apportato dalla radio al mondo sportivo.
Le caratteristiche vincenti della radio – istantaneità e emozione – sommate alla congiuntura favorevole dell’ambiente circostante, ne fanno dunque la vera protagonista mediatica della quinta edizione dei Mondiali di calcio. Oltre alle trasmissioni a livello nazionale, sono da segnalare ben 332 trasmissioni dirette a destinazione di paesi stranieri, alle quali si sommano 126 emissioni serali trasmesse sulle onde corte in direzione dell’America Latina, per un totale dunque di più di seicento ore di trasmissione, con reporter radiofonici arrivati da tutto il mondo per assistere alla competizione – sono sei le radio brasiliane, con una trentina di reporter, 4 quelle provenienti dall’Uruguay, una dagli Stati Uniti. La società svizzera di radiodiffusione (SSR) ha, dal canto suo, assicurato tutte le infrastrutture tecniche, mobilizzando tutti i suoi tecnici, un centinaio, e rivolgendosi pure a degli ausiliari.
Federalismo sportivo?
Un’attenta analisi della programmazione radiofonica durante la manifestazione calcistica evidenzia certo un grande aumento delle ore dedicate allo sport, tematica solitamente limitata alla domenica, ma soprattutto sottolinea una grande differenza fra, da una parte, l’emittente della svizzera tedesca e, dall’altra, quelle della svizzera italiana e romanda. Sia analizzando una giornata tipo, sia adottando una vista più generale sull’arco di tutto il torneo ci si rende effettivamente conto di come la competizione trovi quantitativamente e qualitativamente più spazio nelle stazioni radio latine, RSI e RSR, rispetto a quella tedesca, la DRS.
Come spiegare questa dissonanza, dunque? Una prima spiegazione si può ritrovare nella linea di condotta aziendale della DRS, una stazione che ha sempre accentuato la missione educativa e informativa della radio, appoggiandosi su un postulato secondo il quale un alleggerimento della tematica conduce sistematicamente ad un abbassamento della qualità: un’emittente più culturale che ricreativa, dunque, e questo nonostante le critiche di alcuni ascoltatori. Accanto a questa imposizione dall’alto verso il basso, voluta dai dirigenti, si configura una seconda ipotesi che, invertendo l’ordine della causalità, parte invece dal basso, dagli ascoltatori: Torreggiani, infatti, mostra – nella sua tesi di laurea incentrata sulle radiocronache sportive in Ticino – come sia la società ticinese a determinare lo spazio che la RSI riserva allo sport nei suoi palinsesti. Si potrebbe dunque pensare ad una differenza culturale tra i due blocchi, differenza suffragata in primo luogo da un’inchiesta del 1957, secondo la quale le trasmissioni non suscitano la stessa approvazione in tutte le regioni linguistiche, e, secondariamente, da una presa di posizione di Vico Rigassi, leggendario radiocronista sportivo, che descrive una grande differenza nell’approccio tra i giornalisti sportivi latini e quelli di lingua tedesca. Lo storico Theo Mäusli, suggerendo come i radioascoltatori comincino ad apprezzare lo sport ascoltandolo, fornisce una chiave di lettura che permette di sposare le due ipotesi precedenti: la DRS inserisce nella sua programmazione meno sport che dunque stenta ad appassionare i radioascoltatori, che di conseguenza si mostrano meno interessati dalle cronache dirette degli eventi stessi, formando così un circolo vizioso suscettibile di spiegare la differenza descritta precedentemente.
La prima volta della TV
Per la prima volta nella massima rassegna calcistica mondiale alcuni incontri, dieci su ventisei per la precisione, passarono alla televisione: la TV svizzera, mobilizzando un centinaio di collaboratori per ognuno dei reportage effettuati, riuscì in effetti a trasmettere le immagini alle televisioni di tutta Europa. Un risultato stupefacente – visto che la televisione svizzera si trovava, all’epoca, in fase sperimentale, con solamente una-due ore di trasmissione giornaliera – che permise di far conoscere e apprezzare lo strumento audiovisivo in tutto il paese: le concessioni televisive raddoppiarono in pochi mesi, fissandosi, nel 1955, a cinquemila. Anche se, bisogna sottolinearlo, pagare la concessione non significava necessariamente poter usufruire pienamente del servizio televisivo, come lo dimostra la situazione, paradossale, degli sportivi ticinesi che, anche pagando il canone, non ricevettero sugli schermi dei propri televisori i programmi nazionali sino al 1958 e si videro perciò costretti a guardare le partite del Mondiale sul canale italiano, captabile in alcune zone del Cantone dal gennaio 1954. In effetti, le allora PTT installarono un ponte radio sul Monte Generoso per trasmettere le immagini in Italia, senza preoccuparsi del fatto che le emissioni non potessero essere captate in Ticino: le immagini sorvolavano letteralmente le teste dei ticinesi, scatenando veementi proteste sulla stampa e una stizzita reazione del Consiglio di Stato. In ogni modo, la TV irrompe prorompente nel mondo dello sport inaugurando così un tendenza ancora in auge al giorno d’oggi. Tendenza peraltro già annunciata in una lungimirante previsione da Vico Rigassi che, in un articolo scritto per il libro commemorativo della manifestazione pubblicato nel 1955, afferma come la televisione si appresti a conquistare il mondo: detto, fatto.
Nicola Pini e Stefano Rizzi, membri comitato direttivo Giovani Liberali Radicali Svizzeri (GLRS)
(pubblicato in Opinione Liberale, 02.05.2008, p. 5)
In linea con quanto deciso durante l’ultima assemblea dei delegati dei Giovani Liberali Radicali Svizzeri (GLRS), vorremmo sensibilizzarvi – per mezzo di un caso emblematico come quello dell’illustre scrittore Hermann Hesse – sull’importanza di respingere l’iniziativa UDC per le naturalizzazioni democratiche. Sebbene l’attuale legislazione sia ben lontana dalla perfezione, accettare la proposta in votazione equivarrebbe a passare letteralmente dalla padella alla brace: la naturalizzazione non deve in effetti essere concepita come un processo strettamente politico, bensì come un procedimento politico-amministrativo di competenza di un’istanza specifica che si occupa approfonditamente del singolo caso analizzando dati oggettivi, e non di certo a discrezione di tutta la popolazione residente nel comune che, è impensabile negarlo, prenderebbe la propria decisione basandosi principalmente su degli elementi soggettivi, cavalcando l’onda emotiva dei preconcetti e dei pregiudizi, siano essi positivi o negativi.
Il caso Hesse, come già accennato, risulta essere paradigmatico, soprattutto se affrontato con quella griglia d’analisi che è l’“histoire contrefactuelle”. Hesse, residente per oltre un quarantennio a Montagnola, non era amato da tutta la popolazione, in quanto molti lo ritenevano stravagante e arrogante, mentre alcuni lo credevano addirittura – e ingiustamente – un filo-nazista; al contrario, pochi avevano letto i suoi libri e percepivano l’eminente statura morale e letteraria del personaggio. In una votazione popolare, dunque, egli avrebbe con tutta probabilità visto rifiutarsi la cittadinanza svizzera – che invece gli fu concessa – e gli svizzeri avrebbero perso l’onore di avere tra i propri concittadini un Premio Nobel per la letteratura; un premio che Hesse ritirò appunto come svizzero, riempiendoci di gioia e di orgoglio. Anacronisticamente parlando, dunque, lasciamo che l’Hermann Hesse di turno sia giudicato da un’autorità competente, che parli con lui, che comprenda che non è filo-nazista, che abbia letto i suoi libri, che possa quindi prendere una decisione sulla base di elementi oggettivi e dunque con cognizione di causa, piuttosto che affidarsi a un verdetto determinato – lo ripetiamo – perlopiù da pregiudizi e da preconcetti non sempre fondati su basi meritocratiche. Non tutti possono essere svizzeri, ci viene ripetuto: allora, amiche e amici, facciamo in modo che chi sia naturalizzato diventi svizzero con criterio, con giudizio e con merito. Senza contare che, infine, una decisione presa alle urne non potrebbe essere oggetto di ricorso: violerebbe pertanto i principi di uno stato di diritto in cui – fortunatamente – viviamo.
Nicola Pini e Matteo Rossi
(pubblicato in Azione, 11.12.2007, p. 2)
Vista la cadenza del 150° anniversario della morte di Stefano Franscini, avvenuta nel 1857, non si fa che illustrare il ruolo del Padre della popolare educazione, senza però soffermarsi su quello che era la scuola pre-fransciniana, una scuola che ha fornito allo statista ticinese delle fondamenta sulle quali costruire un sistema scolastico pubblico, solido ed efficace. Premessa: il ruolo del Franscini è stato senza dubbio fondamentale; non solo ha generalizzato la scuola concretizzando l’obbligo di frequenza e l’allargamento dell’istruzione alle ragazze, ma ha pure fatto in modo che lo Stato – il Canton Ticino – ne prendesse saldamente in mano le redini, assicurando dunque un buon funzionamento e, soprattutto, una continuità dell’istituzione scolastica. Ben lungi dal voler sminuire il ruolo avuto dal Franscini, dunque, lo scopo è quello di esplorare la scuola tra il 1500 e il 1800, ovvero prima della sua istituzione da parte dello Stato negli anni trenta/quaranta dell’Ottocento, e quindi prima dell’intervento dello stesso Franscini, che non può essere considerato come l’anno zero dell’istruzione scolastica nella nostra regione.
Bisogna infatti notare come la rete scolastica nei Baliaggi svizzeri d’Italia, che dal 1803 formeranno il Canton Ticino, si è costituita progressivamente già a partire dal XVI° secolo, per raggiungere, alla fine del XVIII°, un livello ragguardevole: lo storico Ivan Cappelli (cfr. Cappelli I., Manzoni C., Dalla canonica all’aula – Scuole e alfabetizzazione da San Carlo a Franscini, Pavia, 1997) mostra come alla fine del Settecento siano ben 238 le scuole riscontrate complessivamente sul territorio. In altre parole, alla nascita del Franscini, sul calare del Settecento, il 90% delle comunità è già stato dotato di una scuola propria. Certo Cappelli si limita a considerare gli atti di fondazione delle scuole, senza preoccuparsi di un eventuale scioglimento di quest’ultime, ma il suo studio lascia comunque intendere una certa tendenza espansiva degli apparati scolastici, come anche – e soprattutto – un crescente interesse manifestato dalle diverse comunità per quanto riguarda l’istruzione.
Come spiegare, dunque, questa precoce e capillare diffusione delle scuole iniziata già nella seconda metà del Cinquecento? Il pregevole studio di Cappelli e Manzoni ci suggerisce tre fattori che, ben radicati e accavallati nella realtà sociale ed economica della regione, hanno spinto le comunità locali a dotarsi di una scuola. Un primo input, riscontrabile soprattutto nel Sottoceneri, è dato dalla presenza dei maestri d’arte (capimastri, tagliapietre, marmorini, stuccatori, ecc.) che, per poter esercitare al meglio le loro attività professionali e artistiche, necessitavano di un’istruzione vasta che spaziava dalla lettura alla scrittura, dal disegno tecnico al calcolo. Secondariamente l’emigrazione, un fenomeno strutturale nelle società alpine e prealpine che non ha risparmiato la nostra regione: saper leggere e scrivere per avere migliori possibilità lavorative all’estero, per poter controllare i propri affari autonomamente ma soprattutto per poter comunicare epistolarmente con i famigliari. Da notare come non solo l’emigrazione qualificata dei cosiddetti maestri d’arte sia stato un fattore propulsore dell’istruzione, ma pure l’emigrazione non qualificata, quella degli spazzacamini della Valle Verzasca per intenderci, che ha permesso alle Valli di raggiungere un notevole livello di insediamenti scolastici. La condizione di piccoli proprietari terrieri costituisce il terzo fattore di spinta verso la scolarizzazione: per amministrare e gestire a dovere i propri possedimenti l’istruzione di base era necessaria, se non fondamentale. Raffaello Ceschi (Ceschi R., “La scuola per formare il cittadino”, in Nel labirinto delle valli. Uomini e terre di una regione alpina: la Svizzera italiana, Bellinzona, 1999) aggiunge infine un fattore politico, l’autogoverno: l’amministrazione del territorio e dei beni comuni era infatti opera di istituzioni locali e democratiche – alle quali evidentemente si sovrapponevano i landfogti, le autorità designate dai cantoni elvetici – composte, a turno e secondo cariche rotative, da alcuni membri della comunità stessa. Ciò imponeva dunque la presenza di individui forniti dell’istruzione basilare e in grado di assumere a turno le diverse cariche amministrative e cancelleresche. Anche se, paradossalmente, il sindaco di Bodio, paese natale del Franscini, si dichiara essere, ancora nel 1821, analfabeta.
La formazione di un numero importante di scuole nella regione è dunque il frutto di una domanda proveniente dal basso, dalle comunità, dai singoli cittadini, dalla popolazione stessa in ragione di un contesto sociale, economico e politico particolare che richiedeva, per un motivo o per l’altro, un’istruzione di base. È la società stessa – o quantomeno una parte di essa – che esigeva una scuola, che ne sentiva il bisogno vitale, come lo testimonia d’altronde il numero importante di lasciti o legati in suo favore.
Resta da vedere chi ha risposto a questa richiesta, a questa esigenza di istruzione da parte delle comunità. Se da un lato il ruolo dello Stato è stato pressoché trascurabile sino all’intervento del Franscini – i Cantoni Sovrani e la Repubblica Elvetica non hanno agito concretamente, limitandosi a qualche sporadico proclamo, mentre la legge promulgata nel 1804 dal neonato Canton Ticino non conosce, nella pratica, una reale applicazione – dall’altro il ruolo della Chiesa è stato più rilevante, anche se, per la scuola del futuro Ticino, non fu tanto importante la Chiesa in quanto istituzione, ma piuttosto la sua base, composta dai parroci di paese e quindi da quella parte del clero più vicina alla gente, più a contatto con la realtà sociale del paese e dunque più incline ad esaudirne le richieste. Il parroco, in effetti, cristallizza in sé la figura del maestro per eccellenza della scuola pre-fransciniana, in ragione della sua disponibilità, del basso costo economico (spesso l’obbligo di insegnare era inserito nei doveri di parroco, e dunque gratuito) e del suo stato culturale elevato, specialmente dopo la Controriforma voluta dalla Chiesa per contrastare la Riforma protestante.
Nell’ottica di un discorso più qualitativo, Cappelli distingue le scuole informali da quelle formali: se le prime dipendono esclusivamente dall’arbitrio del cappellano, le seconde sono rette, alla loro base, da un documento che impone al parroco di tenere a scuola li filiuoli; una specie di contratto – il capitolato – di cui il più antico, datante 1545, obbliga il parroco di Meride ad insegnare ai ragazzi del paese a leggere, scrivere e le buone maniere. Le scuole formali, sempre più numerose con il passare del tempo, sono evidentemente le più sicure e durature in quanto poste sotto il controllo e la tutela costante della comunità che, in caso di insoddisfazione, poteva rivolgere una lamentela direttamente al vescovo. La frequentazione delle lezioni poteva essere a pagamento oppure gratuita: in quest’ultimo caso il costo del prete-maestro era assorbito da qualche lascito/legato oppure pagato dalla comunità stessa attraverso i vicini, gli odierni patrizi. Da notare come nel Sottoceneri dominino le scuole a pagamento in ragione della grande importanza dell’artigianato nella regione: l’artigiano ha la volontà di garantire un buon lavoro ai discendenti e soprattutto possiede i mezzi finanziari per mandare il proprio figlio a scuola; al contrario nelle Valli sopracenerine, vista la povertà che vi regna sovrana, prevalgono le scuole gratuite: una scuola a pagamento sarebbe al di sopra delle possibilità degli abitanti delle Valli a volte già di per sé reticenti – si consideri che, anche se gratuita, la scuola costituiva un manco di guadagno visto che i ragazzi non lavoravano e, al contrario, si limitavano a consumare. Anche se, comunque, la copertura scolastica, durante l’anno come giornalmente, era strettamente legata, se non dettata, dai bisogni economici della comunità e dunque dall’agricoltura o dall’allevamento.
Si nota dunque una scuola che si plasma, che si modella in funzione della società: una scuola che deve in primo luogo rispondere alle esigenze socioeconomiche delle comunità che ne favoriscono la fondazione e che ne assicurano il mantenimento. Una scuola sulla cui efficacia si può certo disquisire e dibattere, specialmente per quel che concerne la scarsa frequentazione o i modelli didattici d’insegnamento, ma comunque una realtà concreta (dominano infatti le scuole formali), capillarmente diffusa, fortemente voluta dalle comunità e, come detto, strettamente funzionale ai bisogni della società: se il Ticino è a metà Ottocento una delle aree più alfabetizzate d’Europa lo si deve anche alla scuola pre-fransciniana. L’importante intervento del Franscini, dunque, sistematizza, generalizza e istituzionalizza una scuola che ha già mosso, autonomamente, qualche (timido) passo.
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