Una nuova pace del lavoro

L’abbandono della soglia minima del cambio franco-euro ha di colpo rifocalizzato l’attenzione sul mercato del lavoro in Ticino. Tema di per sé già alquanto sensibile, che di colpo sembra però esplodere. È ormai divenuta un’abitudine diffusa, soprattutto in politica, quella di far riferimento a un singolo evento d’attualità per individuarvi improvvisamente la causa di ogni male, evitando però di affrontare i problemi strutturali.

Fanno certo scalpore le misure volte a contenere i costi messe in atto da alcune aziende nel nostro cantone, misure penalizzanti per i lavoratori: l’aumento dell’orario di lavoro, la riduzione di vacanze e salari (da percentuali negoziabili a percentuali oggettivamente meno sostenibili) attestano del pericolo di un peggioramento delle condizioni di lavoro nel nostro cantone. D’altra parte vi sono aziende che davvero soffrono a tal punto la situazione venutasi a creare da valutare la possibilità di delocalizzare le proprie strutture di produzione: e questo non per aumentare i profitti, ma per restare in piedi. Il problema va affrontato tralasciando esagerazioni e reazioni passionali.

Nel passato il nostro Paese ha costruito un modello economico fondato sulla capacità delle parti sociali di dialogare e da questo dialogo, oggi, dobbiamo ripartire.

Le istituzioni devono farsi parte attiva nei conflitti più acuti, ricercando la mediazione e soprattutto impedendo gli abusi che in queste situazioni sono sempre in agguato. Fa dunque oltremodo piacere sapere dell’esito positivo della mediazione avvenuta ieri con la consigliera di Stato Laura Sadis che è riuscita a mettere al tavolo rappresentanti di Exten, sindacato e maestranze. Questo è l’approccio svizzero alla pace del lavoro: uno degli elementi essenziali della stabilità politica e sociale del nostro Paese che ha permesso il raggiungimento di conquiste sociali e materiali per nulla scontate. Questa forma di compromesso elvetico, fondato sulla percezione delle esigenze di padronato e lavoratori, in cui la ragione e il buon senso sono il motore di soluzioni condivise poiché ben ponderate, nella storia ha dato ottima prova di sé. Già in passato la Svizzera non si era arresa alle ideologie, mettendo in campo le sue forze migliori per cercare di capire e di capirsi, per garantire la dignità di chi il lavoro lo fornisce e premiare l’intraprendenza di chi fra mille difficoltà lo crea. Perché, ribadiamolo, uno non può esistere senza l’altro. Gli uni liberi di fare, gli altri liberi dai bisogni.

Solo dal dialogo può scaturire una nuova soluzione. Una soluzione che non può essere lo status quo, perché le condizioni sono cambiate e dunque anche aziende e lavoratori devono cambiare. Le aziende sono chiamate a un senso di responsabilità sociale che forse si era un po’ perso negli anni scorsi, i lavoratori a capire che i tempi sono davvero difficili e che alcune condizioni non sono purtroppo più garantite. E la politica, abbandonando quel ruolo da cenerentola che spesso le va così comodo, deve smetterla di perdere energia nel creare frizioni e fomentare paure. Quelle energie sarebbe meglio investirle nel promuovere attivamente una nuova pace del lavoro che rispecchi il carattere più autentico dello spirito elvetico di cui così spesso tutti quanti andiamo orgogliosi, come anche nel promuovere nuove professioni, nuove modalità di lavoro e nuove rotte di sviluppo economico.

La Regione, sabato 28 febbraio 2015

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