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Mozione – Meno traffico e costi, più sviluppo, qualità di vita e migliore conciliabilità tra lavoro e famiglia grazie al telelavoro

Il telelavoro – inteso come il lavoro fornito regolarmente e in maniera organizzata da casa – è una risposta innovativa, razionale e lungimirante all’evoluzione della società. Sono infatti molti i vantaggi che, a medio termine, decollerebbero a partire da un cambio di mentalità e di organizzazione del tempo di lavoro:

  • miglioramento della conciliabilità tra vita professionale e vita famigliare, con maggiori possibilità per donne e uomini di coniugare lavoro e famiglia con conseguente realizzazione personale;
  • diminuzione di traffico e inquinamento, grazie a un abbattimento degli spostamenti per ragioni di lavoro (il 25% del totale) che in media ci rendono improduttivi per una quarantina di minuti al giorno e che uno studio dell’università svedese di Umeà identifica come sempre più causa di stress e divorzi;
  • opportunità di sviluppo per le regioni periferiche, che diventerebbero maggiormente attrattive quali luoghi di residenza;
  • diminuzione dei costi per aziende e Stato (trasporti, rimborsi spese, logistica, uffici) che il professore dell’Università di San Gallo Oliver Gassmann quantifica fino al 30% per ogni posto di lavoro. Basti pensare che negli Stati Uniti – dove una legge del 2010 obbliga l’amministrazione pubblica a proporre se possibile il telelavoro – l’Ufficio brevetti ha imposto il 40% delle ore attraverso tale modalità di lavoro, ottenendo un risparmio di oltre 4 milioni di dollari e una riduzione del 30% della superficie degli spazi di ufficio;
  • benefici per i datori di lavoro grazie alla crescita della produttività, dell’efficienza e del rendimento dovuto a maggiori motivazione e concentrazione (secondo uno studio britannico due giorni di telelavoro porterebbero a un aumento della produttività sino al 20%); con diminuzione dell’assenteismo e beneficio di immagine per il datore di lavoro;
  • miglioramento delle condizioni di lavoro e della qualità di vita per i dipendenti: miglioramento della salute e maggiore flessibilità, libertà e autonomia a fronte di minori spese (meno costi di trasporto) e più tempo (meno spostamenti e migliore organizzazione).

Un tale approccio dovrebbe evidentemente diffondersi nella cultura aziendale e nel mondo del lavoro – in questo senso alcuni incentivi andrebbero forse studiati, come andrebbe stimolato un discorso fra le parti sociali – ma il buon esempio e le buone pratiche possono evidentemente venire dal pubblico. Come peraltro già fa la Confederazione, la quale permette a collaboratori e collaboratrici, laddove le esigenze aziendali lo consentono, un parziale lavoro da casa.

Visto quanto precede, i sottoscritti deputati chiedono al Consiglio di Stato di attivarsi affinché la pubblica amministrazione autorizzi – naturalmente nelle posizioni dove è possibile – uno o due giorni di telelavoro settimanali. Nello specifico si chiede che il Governo proceda prima alla realizzazione di alcuni progetti pilota, e successivamente a un’analisi specifica delle funzioni, all’attuazione di una specifica base legale e a una pianificazione in questo senso, come anche alla formazione e sensibilizzazione dei quadri dirigenti.

Nicola Pini e Natalia Ferrara Micocci

Massimiliano Ay – Henrik Bang – Sara Beretta Piccoli – Lisa Bosia Mirra – Samuele Cavadini –Giorgio Fonio – Milena Garobbio – Sabrina Gendotti – Alessandra Gianella – Nadia Ghisolfi – Pelin Kandemir Bordoli – Fabio Käppeli – Giovanni Kappenberger – Luigina La Mantia – Tatiana Lurati Grassi – Francesco Maggi – Tamara Merlo – Amanda Rückert – Matteo Quadranti

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Gran Consiglio Intervento

Intervento odierno in Gran Consiglio – Collegamento veloce per il Locarnese

Signor Presidente,

Onorevole Consigliere di Stato,

Colleghe e Colleghi Deputati,

 è per me un piacere e un onore potervi riferire di un rapporto che ha raccolto il sostegno unanime della Commissione della gestione e delle finanze. Una condivisione significativa che riafferma una volta di più

  • sia la necessità e l’urgenza del collegamento veloce Locarno-Bellinzona,
  • sia la generale volontà politica di realizzarlo, che speriamo permetterà di portare a termine – nella piena soddisfazione di tutti – un lungo iter procedurale e democratico, che a onor del vero è ancora tortuoso, complesso e irto di ostacoli, ma lungo il quale dobbiamo procedere uniti e determinati.

La Commissione della Gestione e delle Finanze condivide quindi la scelta del Consiglio di Stato di dare seguito alla richiesta, formulata da più parti, di intraprendere uno sforzo di progettazione con l’intento di aumentare le possibilità e le premesse per la realizzazione del collegamento stradale a2-a13.

  • Penso alla lettera della Commissione intercomunale dei trasporti del Locarnese e dell’Ente regionale di sviluppo del Locarnese;
  • penso all’adesione di tutti i Comuni della Regione Locarnese e Valli a tale richiesta;
  • penso al sostegno della Commissione dei Trasporti del Bellinzonese, perché è della mobilità del Sopraceneri – e non solo quella del Locarnese – di cui si parla;
  • penso infine alla mozione di Marco Passalia e cofirmatari « Il Consiglio di Stato anticipi i lavori di progettazione del collegamento autostradale sul Piano di Magadino» del 23 marzo 2015. Mozione stranamente non citata nel Messaggio governativo.

Vista non solo la delicatezza e importanza del dossier, che ormai si protrae da anni, ma soprattutto l’ingente somma che, in un periodo non certo facile per le finanze cantonali, andiamo oggi a investire, la Commissione ha ritenuto opportuno svolgere alcuni approfondimenti. E ci mancherebbe altro. Con i soldi dei contribuenti non si scherza; anche per le misure che migliorano sostanzialmente la viabilità del nostro territorio; anche per le infrastrutture di cui più necessitiamo; anche per le politiche e i progetti che più ci stanno a cuore.

Un primo elemento di approfondimento per la Commissione è stato quello del coinvolgimento effettivo nell’elaborazione del progetto dell’Ufficio federale delle strade (USTRA) e degli enti locali interessati, le cui partecipazioni costituiscono delle importanti garanzie a sostegno della realizzazione del progetto.

Un secondo elemento di approfondimento è invece legato alle reali possibilità di ottenere il finanziamento dell’opera da parte della Confederazione: in primis l’integrazione del collegamento A2-A13 e altri 400 km circa nella rete strade nazionali; inserimento attualmente in discussione al Consiglio degli Stati.

Una condizione sempre più vicina – è di venerdì la proposta della Commissione dei trasporti della Camera Alta di finanziare il decreto sulla rete stradale per mezzo di un aumento dal 50 al 55% (poi 60%) della quota a destinazione vincolata dell’imposta sugli oli minerali – ma per nulla scontata, tra votazioni parlamentari e popolari. Un’incertezza di cui bisogna tener conto, come occorre tener conto del fatto che sostenere a livello cantonale un tale investimento sarebbe impossibile e, di conseguenza, vista anche l’urgenza, è necessario farsi trovare pronti e in prima fila con un progetto definitivo se e quando sarà decretata la competenza nazionale della tratta.

Un terzo elemento di approfondimento per la Commissione è stato quello della scelta della variante da parte di Dipartimento del Territorio e USTRA; scelta caduta sulla variante 6a, la più costosa, preventivata 1.3 miliardi, ma il cui costo effettivo potrebbe rivelarsi più ingente. Un elemento, questo, che potrebbe costituire un ulteriore ostacolo al momento della scelta dei progetti da parte della Confederazione. Proprio per questo alcuni Commissari hanno manifestato alcune perplessità rispetto alla scelta della variante concordata tra autorità dipartimentali e federali.

Ciò detto la Commissione, appurati

  • da un lato il continuo acuirsi dei disagi della mobilità verso il Locarnese, con un Piano sempre più vicino al collasso nonostante l’attuazione di misure transitorie;
  • e dall’altro la comprovata necessità e volontà politica di realizzare un collegamento veloce A2-A13;

ritiene comunque in questo momento inevitabile proseguire nella direzione tracciata dal messaggio governativo, in modo da non perdere la speranza di vedere finalmente realizzato il tanto atteso, necessario e urgente collegamento.

Per riassumere. Se il primo approfondimento – quello relativo al coinvolgimento di USTRA ed enti locali – ha subito confortato i colleghi Commissari, gli altri due approfondimenti hanno portato la Commissione a elaborare alcune richieste aggiuntive, inserite nel rapporto. Nello specifico:

  1. un margine di manovra per l’elaborazione di un piano B, che vada ad inserirsi immediatamente qualora la variante 6a scelta da Dipartimento del Territorio e USTRA non dovesse passare politicamente nella Capitale;
  1. e soprattutto un messaggio rafforzativo da inviare a Berna, tramite l’iniziativa cantonale “Per una rete di strade nazionali capillare e completa”, che vada ad aumentare le frecce all’arco del Canton Ticino sia per l’inserimento della tratta fra le strade nazionali, sia per la messa in priorità della realizzazione del collegamento Locarno-Bellinzona, di cui tutti ribadiamo l’importanza, la necessità e l’urgenza.

Cedo ora volentieri la parola al correlatore Fiorenzo Dadò, che ringrazio per l’ottima collaborazione.

Grazie per l’attenzione

Leggi il rapporto commissione Nicola Pini – Fiorenzo Dadò

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La mobilità attende ancora risposte

In Gran Consiglio il PLR ha votato con un certo scetticismo – fondato da ragioni sia giuridiche che di equità e reale efficacia – la tassa di collegamento fortemente voluta dal ministro Claudio Zali. Per questo ci siamo attivati per inserire un periodo di prova: entro tre anni dall’entrata in vigore della tassa – questo dice la legge – il Consiglio di Stato dovrà allestire un rapporto sui reali effetti che la misura avrà sulla mobilità in Ticino, in base al quale il Gran Consiglio deciderà se mantenere o meno il tributo. Prima però a determinarsi saranno i tribunali (sono già annunciati ricorsi) e probabilmente anche i cittadini, visto che è in corso una raccolta firme referendaria: sarà interessante vedere se la misura che ha fatto brillantemente rieleggere Zali lo scorso aprile sarà, un anno dopo, accettata o meno in votazione popolare. Affaire à suivre e, per il momento, le incertezze superano le certezze.

Quel che è certo, invece, è che il PLR a questa tassa preferisce misure più concretamente volte a migliorare la viabilità e la vivibilità nel nostro Cantone. Penso ad esempio ai programmi di mobilità aziendale, che permettono di agire in modo mirato per ottimizzare gli spostamenti di aziende e lavoratori, agendo al contempo su abitudini e infrastrutture. Se ne parla da molto, e vi sono interesse da parte delle aziende e buoni esempi da imitare, ma mancano i soldi. O meglio mancavano, perché nel mese di dicembre il Gran Consiglio ha finalmente stanziato per questo scopo 2 milioni. Troppo pochi, obietterà qualcuno, anche a ragione: anche perché una mozione PLR del quale sono primo firmatario ne chiedeva 5, di milioni, mentre il Consiglio di Stato si limitava addirittura a uno. Quello sì, pochino pochino, e dunque raddoppiato dal parlamento in particolare grazie al lavoro del relatore Matteo Quadranti.

Una volontà di agire in maniera mirata che si ritrova anche in un altro atto parlamentare inoltrato questa estate da me e dal collega Alex Farinelli a nome del Gruppo PLR e che contiene altre proposte concrete: la creazione di un Tavolo della mobilità misto tecnico-politico; l’elaborazione di progetti di P&R alla frontiera, eventualmente anche su territorio italiano e finanziati dall’UE attraverso i programmi Interreg; la creazione di corsie di sorpasso privilegiate per un grado di occupazione del veicolo superiore a tre passeggeri, in modo da incentivare dinamiche più virtuose di condivisione dell’auto; l’introduzione in alcune zone di una congestion charge deducibile dalle tasse di circolazione. E ancora incentivi per il telelavoro (che permetterebbe anche di migliorare la conciliabilità fra vita familiare e vita professionale), come anche un’ottimizzazione della mobilità scolastica, ad esempio con una razionalizzazione del trasporto scolastico, un adeguamento degli orari scolastici per ridurre il congestionamento del traffico nelle ore di punta o la possibilità di stanziare sussidi ai Comuni per l’acquisto di mezzi di trasporto per allievi e per l’assunzione di personale addetto. Comuni che, evidentemente, devono essere ascoltati e coinvolti nella ricerca di soluzioni.

Di tanto in tanto il Dipartimento del Territorio porta avanti qualcuna di queste misure, ma la risposta del Governo è ancora attesa. Sarebbe meglio muoversi di più insieme, tendendo presente che il futuro è fatto non tanto di tasse, ma soprattutto di idee da concretizzare. Insieme.

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La scuola che verrà, ma senza libero passaggio

Scorrendo la Sintesi della prima fase di riflessione collettiva sulla Scuola che verrà – la proposta, con pregi e difetti, di Manuele Bertoli per rilanciare il tema della formazione nell’agenda politica cantonale – non mi ha certo stupito il fatto che, fra le moltissime condivisioni, la proposta che ha raccolto in assoluto meno consensi è quella di introdurre l’accesso diretto, dopo la scuola dell’obbligo, a qualsiasi formazione del secondario II. Quasi 60% i no, che raggiungono i due terzi fra i docenti di scuola media.

A motivare questa opposizione, che era anche la nostra di qualche mese fa, i rischi di spinta verso una ancora maggiore licealizzazione (già fra le più elevate della Svizzera) e di limitarsi a posticipare un insuccesso, come anche il pericolo di incidere negativamente sulla motivazione degli allievi e di privare il sistema scolastico di strumenti formali con i quali influenzare le scelte legate al futuro formativo degli allievi. Forse anche la delega ai docenti – implicita – del compito di orientamento scolastico e professionale. Un approccio, questo, teoricamente bello, ma di difficile applicazione (come possono i docenti conoscere, oltre alla loro materia e i loro allievi, anche tutte le scuole e tutte le professioni?) e che soprattutto andrebbe a delegittimare – invece che a rafforzare – l’apposito servizio di orientamento, al quale occorre invece garantire strumenti e se necessario risorse: da qui le proposte, formalizzate qualche settimane fa in miei due atti parlamentari, di realizzare una Cité des métiers anche in Ticino (una sorta di museo delle professioni che costituisca un prezioso luogo di incontro tra i giovani e il proprio futuro) e di formalizzare un maggior coinvolgimento – ma anche una maggiore responsabilizzazione – di genitori e mondo del lavoro nelle attività di orientamento.

Apprezzo dunque molto la scelta del Dipartimento che, appurato come la soluzione odierna che prevede una media aritmetica d’entrata al Liceo sia considerata dal rapporto insoddisfacente, ha deciso di riorientare la proposta, puntando a una definizione di criteri e profili di accesso che, cito, “possano contribuire a un orientamento e a un convincimento efficace”. Profili che ad esempio tengano conto dell’acquisizione di competenze minime in italiano e in matematica. Un criterio, questo, senz’altro utile ad esempio per il Liceo (a patto che si continui, come peraltro proposto dal PLR, a investire nei relativi laboratori a metà classe nella scuola media). Restano però aperte delle questioni in particolare per quanto riguarda le formazioni professionali. Quali saranno i criteri da considerare? E soprattutto, l’attuale offerta post-obbligatoria è quantitativamente (sulla qualità non si discute di certo) sufficiente? Domande difficili per la complessità del sistema, è vero, ma importanti, alle quali il Dipartimento dovrà rispondere nei prossimi mesi con un qualitativo coinvolgimento delle scuole professionali e delle associazioni magistrali. La strada è tortuosa, ma il cammino è in sé molto bello.

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Nuova Legge per l’Innovazione economica

In un mondo in continua e rapida evoluzione star fermi vuol dire indietreggiare. Bene dunque che oggi in parlamento abbiamo approvato la nuova Legge per l’innovazione economica. L’ho vista nascere quando lavoravo al DFE, l’ho commentata con le industrie e l’ho discussa politicamente in Sottocommissione. Dopo 4 anni di lavoro SÌ, stasera sono soddisfatto!

Leggi il rapporto commissionale approvato dal Gran Consiglio oggi

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Mozione – Realizziamo anche in Ticino una “Cité des Métiers”

Chi ben comincia è a metà dell’opera: per questo, in un mondo del lavoro sempre più dinamico, competitivo ed esigente, scegliere un appropriato percorso formativo e poi professionale è un fattore sempre più determinante per il futuro dei nostri giovani e, di riflesso, della nostra società. Per questo il ruolo dell’orientamento scolastico e professionale è centrale e nei prossimi anni deve essere considerato fra le priorità politiche del Canton Ticino: in questo senso non vanno lesinati né sforzi né – se giustificati – finanziamenti, se possibile anche identificando delle misure di risparmio compensatorie. Rientra in questo ambito il progetto della Cité des Métiers, un punto di incontro dove giovani e genitori possono informarsi costantemente sulle varie opportunità formative, ma anche dove in prospettiva si potranno organizzare mostre, conferenze e altre attività – anche alternative – di orientamento. Una sorta di museo delle professioni e dell’orientamento che potrà costituire un ulteriore e importante strumento a disposizione dei collocatori e delle collocatrici.

Il concetto di Cité des Métiers non è nuovo o sperimentale. Collaudata e funzionante è, ad esempio, l’esperienza nel Canton Ginevra, dove un centro di questo tipo esiste dal 2008 e trae spunto dalle 39 città dei mestieri sparse oggi un po’ in tutto il mondo (Italia, Spagna, Portogallo, Cile, Germania, Belgio). Il concetto di Cité des Métiers risale infatti al 1993, può contare su una rete di sostegno e di supporto internazionale ed è protetto da un label, che ne garantisce e riconosce l’uniformità e gli obiettivi. Altre 11 nuove Cité des Métiers sono oggi in fase di realizzazione nel mondo, a testimonianza del successo di questo sistemi di orientamento formativo e professionale.

Tale progetto era peraltro già previsto nella scheda 4 delle Linee Direttive 2012-2015, dove il Consiglio di Stato si è posto l’obiettivo di “Creare la Cité des Métiers, un’antenna informativa e uno sportello dove ricevere le prime informazioni su progetti professionali, di carriera o azioni di sostegno per chi è alla ricerca di un posto di lavoro o di sostegni per perfezionamenti. Questa struttura potrebbe anche garantire una serie di eventi per godere di maggiore visibilità, ma assolverebbe anche il ruolo di spazio espositivo e di animazione aperto verso tematiche legate a professioni, settori professionali, opportunità occupazionali e perfezionamenti”. Impatto finanziario previsto 500’000 CHF l’anno. Nonostante il rapporto finale del gruppo di lavoro – con tanto di proposta operativa di realizzare la struttura anche in Ticino – sia stato presentato nel maggio del 2012, nel secondo aggiornamento delle Linee direttive si specifica che il progetto è stato rimandato alla successiva legislatura, sostanzialmente per ragioni finanziarie. Dovrebbero però essere proseguiti gli approfondimenti riguardanti la localizzazione, ipotizzata nei pressi della Stazione FFS di Lugano. Chiaro è, a mente dei mozionanti, che il luogo deve essere centrale e facilmente accessibile, oltre che cercare di sfruttare delle sinergie con altri Istituti o Servizi analoghi.

I sottoscritti Deputati, convinti che l’orientamento scolastico e professionale dei giovani sia ora una priorità politica, chiedono dunque al Lodevole Consiglio di Stato di proseguire con determinazione nella realizzazione anche in Ticino di una Cité des Métiers che possa garantire un prezioso luogo di incontro fra i giovani e il proprio futuro, che non per forza deve passare dalla formazione liceale.

Nicola Pini

Alex Farinelli – Giorgio Fonio – Lorenzo Jelmini – Paolo Pagnamenta – Marco Passalia

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(RI)PARTITI

I partiti politici sono in crisi. A tal punto che il Club Plinio Verda si è provocatoriamente posto la domanda, dedicandovi una mattinata di studio, se possa esistere una democrazia senza partiti. Se per Togliatti erano la democrazia che si organizzava, oggi i partiti sono senz’altro messi a dura prova da una società sempre più liquida (e con sempre meno liquidità). Faticano a confrontarsi con la fine delle ideologie e il generalizzarsi di un modo di pensare sempre più individualista che mette in difficoltà l’associazionismo tutto, compreso quello sportivo. Faticano ad abituarsi alla personalizzazione, alla velocizzazione e alla semplificazione – spesso tendente alla banalizzazione – prodotte da una mediatizzazione quasi orwelliana.  Con una politica che, intendiamoci, fa la sua parte, ma è sempre più impegnata a rincorrere la visibilità piuttosto che le soluzioni, a cercare di piacere piuttosto che di convincere, a denunciare piuttosto che risolvere. Una politica che prende a martellate la propria credibilità e legittimità, minando l’essenza stessa della democrazia rappresentativa in cui viviamo. Una politica paradossalmente dominata dall’antipolitica, sempre più crescente, trasversale e sembrerebbe – ma non ci credo – pagante.

Un’antipolitica che – lo ha spiegato alla sessantina di presenti il sempre apprezzato Oscar Mazzoleni dell’Osservatorio della vita politica – se oltralpe è all’insegna dell’antiestablishment, qui in Ticino si declina proprio nell’antipartitismo, nel mettere sempre e comunque alla berlina i partiti e le loro espressioni formali e informali. Se è vero che essere membro di un partito non deve essere un merito preponderante (e qui degli errori in passato sono stati commessi), ora siamo all’opposto: essere di un partito è pregiudicante. “Quasi che i partiti siano un’associazione a delinquere” ho sentito dire più volte da Franco Celio, e non – dico io – un insieme di persone che si rivedono – anche con qualche sfumatura – in una visione del mondo. O meglio ancora, per dirla con Gianfranco Pasquino, uno dei massimi politologi italiani e ospite d’onore alla mattinata di riflessione, “delle associazioni volontarie di uomini e donne che alle elezioni presentano liste, programmi e candidati condivisi”. In tutta trasparenza e mettendoci la faccia, cosa non scontata all’epoca dei blog anonimi dove tutto o quasi è permesso in nome di una libertà che non è più partecipazione, ma delazione. Organizzazioni volontarie che, ha spiegato il relatore, pur se in difficoltà non stanno sparendo, stanno anzi trovando una nuova dimensione spaziale, formandosi a livello sovranazionale. Anche perché i partiti presentano delle specificità funzionali che nessun’altra organizzazione può vantare e che ne garantiscono la sopravvivenza. Infatti i partiti svolgono

  • la funzione di reclutamento, che permette il rinnovamento e la continuità;
  • la funzione narrativa e pedagogica, con i partiti che cercano di spiegare cosa è la politica e di trovare spiegazioni e soluzioni anche complesse;
  • la funzione di rappresentanza, nel paesaggio mediatico e nei consessi istituzionali, di un determinato pensiero, interesse, ideale;
  • la funzione di accountability, splendido termine anglosassone per esprime il dovere di spiegare cosa è stato fatto da parte dell’eletto e il diritto di premiare o sanzionare da parte dell’elettore;
  • la funzione di garantire la successione nel tempo, tramite un costante processo di selezione interna democratica.

Tutte funzioni che permettono ai partiti, come detto, di sopravvivere. Pasquino – provocando la gioia di molti presenti – lo ha detto forte e chiaro: i partiti esistono e continueranno a esistere, perché sono i soli che possono garantire nel tempo un governo “accettabile” – il termine è il suo – della cosa pubblica. Ed è possibile – e auspicabile – che i partiti migliorino. Le risorse di questo possibile miglioramento sono secondo Pasquino già all’interno dei partiti stessi, che devono però sapersi rinnovare, non tanto nelle persone, ma soprattutto nei metodi e nei contenuti, senza paura di mettersi in discussione. La crisi, in fondo, non è tanto DEI partiti quanto NEI partiti. Un miglioramento che, ha ricordato Mazzoleni, oggi i partiti cercano di ottenere tramite una maggiore personalizzazione dell’azione politica (mettendo dunque in avanti i cosiddetti “tenori”), un rafforzamento organizzativo, la riscoperta delle tradizioni militanti, un ritorno delle ideologie e un riorientamento tematico.

E quindi? Quindi non molliamo. Battiamoci per un partito con nuove strutture e con più democrazia interna vera. Per sempre più coinvolgimento e trasparenza. Per una rinnovata scuola di politica. Per un partito che sappia essere popolare ma non populista. Che evolva e cambi pelle ma non perda il DNA, come fosse un uomo in un nuovo mondo. Che non si scoraggi se l’air du temps premia altri approcci più roboanti e di chiusura, perché alla lunga il sistema, il lavoro, la coerenza e il coraggio pagano. Per un partito che non perda il contatto nel e sul territorio, perché la capillarità è più solida e meno volubile rispetto all’immagine. Che sappia spiegare ai giovani che essere in un partito non vuol dire esserne fagocitato, strumentalizzato o schiacciato, ma al contrario contribuire ad animarlo, per animare – a specchio – la nostra bella democrazia, fondamento della nostra società.

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Il vero odore del compromesso

Leggo sui media della mozione “Basta all’erosione della sovranità nazionale”, nella quale la Lega dei Ticinesi chiede al Consiglio di Stato – di cui detiene la maggioranza relativa – di assumere un atteggiamento più chiaro e “privo di compromessi” nella difesa della sovranità cantonale e nazionale. Non entro qui nel merito degli obiettivi dell’atto parlamentare, la mia è un’obiezione di metodo: a me non piace, anzi spaventa, quel “privo di compromessi”.

La parola “compromesso” – un tempo positiva, se non addirittura mito fondante del modello politico svizzero, il “compromesso elvetico” – sta assumendo sempre più un’accezione negativa, fino quasi a puzzare. Quasi significasse mancanza d’idealismo, integrità, di dirittura morale; mancanza di coraggio, di forza, di consistenza e perfino di onestà. Quasi significasse “calare le braghe”, arrendersi, non essere sufficientemente battaglieri. Ma nel vocabolario svizzero la parola “compromesso” ha un altro significato, quello di pragmatismo, pluralismo, tolleranza. Quello di vita. Non vuol dire né inciucio né capitolazione. Vuol dire incontrare l’altro, in una soluzione più o meno a metà strada, forse non ottimale ma positiva per tutti. Una soluzione equilibrata. La base di quel “governo attraverso la discussione” teorizzato da John Stuart Mill e opposto al “governo attraverso la forza”. Un governo peraltro che si rispecchia nel dna politico elvetico, attraverso il principio della concordanza. Solo dove c’è compromesso, c’è vita: nei rapporti personali, fra sindacati e datori di lavoro (la pace del lavoro!), nel coesistere in una nazione – senza ferirsi e senza spaccarsi – di più culture, lingue, credo, generazioni, sensibilità. Nel compromesso, a ben guardare, sta il mondo intero.

Un’attitudine, questa, ancora più necessaria in un momento in cui, dopo un periodo di crescita economica e sociale positiva più o meno per tutti, la stagnazione che stiamo vivendo alimenta divisioni, contrasti e, soprattutto, fomenta tutta una serie di pericolosi e spiacevoli “ismi”: fanatismo, populismo, sessismo, razzismo, estremismo. Se ne è parlato anche su questo giornale, partendo dall’emergere in quel di Biasca di un giovane focolaio nazista. Oggi è più che mai necessario contrapporre al “tutti contro tutti” tipico di quando suona la campanella, finita la ricreazione, un forte e chiaro “Uno per tutti. Tutti per uno”, che non a caso è dipinto sul soffitto della sala che ospita i lavori del Gran Consiglio. Il che significa, incontrovertibilmente, fare dei compromessi, tra di noi e con gli altri.

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Rimettiamoci in discussione

Ogni compito deve essere valutato periodicamente al fine di verificare se è ancora necessario e utile e se il carico finanziario che comporta è sopportabile”. A dirlo non sono io, o il PLR, ma i cittadini del Cantone che lo scorso anno – era il maggio del 2014 – si sono dotati di uno strumento di disciplina finanziaria, il freno ai disavanzi, e hanno inserito nella Costituzione cantonale questo e altri principi di gestione finanziaria. Una gestione finanziaria che deve essere all’insegna della legalità, della parsimonia, dell’economicità, dell’equilibrio a medio termine e, appunto, animata da una costante valutazione non solo di ogni nuovo, ma anche e soprattutto di ogni vecchio compito.

Meglio ricordarlo perché quando lo stato delle finanze è precario – il debito pubblico a fine 2016 si attesterà attorno ai 2 miliardi di franchi – e la necessità di ripristinare a medio termine una rotta di equilibrio finanziario è sempre più impellente – sia per non ribaltare la fattura della politica di oggi ai contribuenti di domani, sia per mantenere una certa capacità di investimento da parte dello Stato – si fa sempre più forte e intrigante la tentazione di opporsi sistematicamente a nuove spese e nuovi compiti per lo Stato. Tutto nella speranza di risolvere magicamente le cose. Un ragionamento, questo, semplicistico quanto pericoloso, perché porta con sé l’annullamento del principio stesso del Progresso. Un ragionamento direi anche irresponsabile, perché segno di una politica e di politici che non hanno né la voglia né il coraggio di valutare criticamente non solo ciò che si vuole fare, ma anche e soprattutto ciò che già si fa. A vederla bene, si tratta di una rinuncia allo stesso fare politica. O una fuga dalle proprie responsabilità.

Una fuga che non piace. Per questo risulta ancora più importante dare finalmente seguito alla mozione del gruppo PLR – primo firmatario Franco Celio – nella quale si chiede al Consiglio di Stato di esaminare l’intero corpus legislativo con l’intento di abrogare le leggi non più necessarie, che generano inutile burocrazia e costi per lo Stato, senza con ciò arrecare necessariamente discapito alle esigenze di gestione dello Stato né alla prestazione di servizi necessari alla cittadinanza. Qualcosa del genere era già stato fatto, arrivando all’abrogazione di tutta una serie di leggi desuete varate ancora nell’Ottocento: riprendiamo quel lavoro, esaminando l’insieme delle leggi, anche le più recenti, la cui reale necessità non può né deve – per questo semplice fatto – essere data per acquisita. I tempi cambiano, ma le leggi restano: non è sempre giusto così. A questa proposta del PLR, datata maggio 2010, occorrerebbe dunque e finalmente dar seguito: anche perché c’è chi sta già organizzando il Capodanno 2016…

RSI sopra le parti?

RSI sopra le parti?

Non ci sono dubbi, la RSI dovrebbe dare più spazio alle mie idee e al mio partito. Questo lo spirito – comprensibile ma non giustificabile – che anima alcuni commenti alla votazione popolare dello scorso giugno sulla reimpostazione del canone radiotelevisivo. Non siamo più nell’epoca del monopolio e dei giornali di partito, dove la radiotelevisione pubblica giocava un ruolo centrale e super partes, ma la RSI resta comunque il riferimento principale, il più seguito e in un certo senso ancora il più autorevole per una buona fetta di persone. Uno strumento d’informazione e dunque di potere – “chi controlla l’informazione controlla il potere” scriveva Orwell in “1984” – nel quale evidentemente ogni cittadino e ogni politico vogliono rivedere le proprie idee e le proprie azioni, anche in virtù della loro (probabile) partecipazione al suo finanziamento. Siamo sinceri, di destra, di sinistra o di centro, alla radiotelevisione pubblica chiediamo di confermare la nostra visione del mondo: se ciò non avviene, siamo indotti ad accusare la RSI di faziosità, disinformazione e perfino – spero solo provocatoriamente – di propaganda. Lungi da me fare la ramanzina: mi ci metto naturalmente anch’io, tra i primi a innervosirmi se non trovo corretto un resoconto sull’attività del Gran Consiglio.

Se però prendiamo un po’ di distanza emotiva, ci accorgiamo che in realtà le critiche piovono da tutte le aree di pensiero. Strano ma vero. Me ne sono reso conto durante le ricerche per la mia tesi di laurea in Storia all’Università di Losanna, poi pubblicata dall’editore L’Ulivo (“Reporter – La storia dell’informazione alla TSI”, 2011). Da sempre e da tutte le parti con, è vero, un certo spostamento del baricentro: nella prima metà del Novecento la critica alla radio viene soprattutto da sinistra, mentre con la Guerra fredda e l’avvento della TV la critica proviene maggiormente da destra. Particolarmente calda, alcuni lettori se ne ricorderanno, la metà degli anni Settanta (1974-1978). Da sinistra si criticano i legami con i partiti al potere, la lottizzazione, la “leggerezza di alcune trasmissioni”, la spettacolarizzazione dell’informazione indirizzata all’emozione facile, al “folclore nostraneggiante” e al disimpegno culturale. Da destra, invece, si contestano il conformismo progressista, il troppo spazio a visioni critiche o a tabù come la sessualità e un costante anticlericalismo. Tanto che, nel 1977, in giro per Lugano sono disseminati dei vecchi televisori dipinti di rosso e con la scritta “La TSI è rossa”.

Nella mia ricerca ho anche cercato di spiegare questa pioggia polarizzata e ambivalente di critiche con alcune ipotesi. Dalla “percezione selettiva” – concetto sociologico secondo il quale il destinatario interpreta, modifica e modella il messaggio che sente, anche alterandolo – alla specificità dei media audiovisivi rispetto ai più usuali giornali (volatilità dell’emissione, problemi redazionali, difficoltà tecniche), passando per un pubblico composito non sempre abituato e predisposto a un medium pubblico che deve riflettere “la pluralità di atteggiamenti e di opinioni”.

Fra le conseguenze dirette e indirette di quel periodo di fuoco, invece, sono da rilevare un pericoloso meccanismo di autocensura individuale (da parte del giornalista) o istituzionale (da parte della stessa RSI), ma soprattutto una positiva codificazione normativa, con da una parte l’emanazione di tutta una serie di regolamenti, direttive e codici deontologici e, dall’altra, la professionalizzazione del giornalismo e lo sviluppo di una specifica formazione professionale (dal 1969 solo interna, poi dal 1975 con l’istituzione del corso per giornalisti).

Delle risposte a mio avviso ancora attuali per fare in modo che si rispetti quanto stabilito da Legge e Concessione, vale a dire che la RSI deve contribuire “alla libera formazione delle opinioni del pubblico mediante un’informazione completa, diversificata e corretta, in particolare sulla realtà politica, economica e sociale”. Una frase che da cittadino, e da spirito liberale, non posso che condividere e difendere. Come aggiornarle, quarant’anni dopo? Soprattutto rilanciando l’idea di servizio pubblico. Che per definizione non può sempre rispecchiare gli interessi particolari, ma deve perseguire sempre quelli generali, tramite la competenza e la presenza di regole deontologicamente chiare.