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La mobilità attende ancora risposte

In Gran Consiglio il PLR ha votato con un certo scetticismo – fondato da ragioni sia giuridiche che di equità e reale efficacia – la tassa di collegamento fortemente voluta dal ministro Claudio Zali. Per questo ci siamo attivati per inserire un periodo di prova: entro tre anni dall’entrata in vigore della tassa – questo dice la legge – il Consiglio di Stato dovrà allestire un rapporto sui reali effetti che la misura avrà sulla mobilità in Ticino, in base al quale il Gran Consiglio deciderà se mantenere o meno il tributo. Prima però a determinarsi saranno i tribunali (sono già annunciati ricorsi) e probabilmente anche i cittadini, visto che è in corso una raccolta firme referendaria: sarà interessante vedere se la misura che ha fatto brillantemente rieleggere Zali lo scorso aprile sarà, un anno dopo, accettata o meno in votazione popolare. Affaire à suivre e, per il momento, le incertezze superano le certezze.

Quel che è certo, invece, è che il PLR a questa tassa preferisce misure più concretamente volte a migliorare la viabilità e la vivibilità nel nostro Cantone. Penso ad esempio ai programmi di mobilità aziendale, che permettono di agire in modo mirato per ottimizzare gli spostamenti di aziende e lavoratori, agendo al contempo su abitudini e infrastrutture. Se ne parla da molto, e vi sono interesse da parte delle aziende e buoni esempi da imitare, ma mancano i soldi. O meglio mancavano, perché nel mese di dicembre il Gran Consiglio ha finalmente stanziato per questo scopo 2 milioni. Troppo pochi, obietterà qualcuno, anche a ragione: anche perché una mozione PLR del quale sono primo firmatario ne chiedeva 5, di milioni, mentre il Consiglio di Stato si limitava addirittura a uno. Quello sì, pochino pochino, e dunque raddoppiato dal parlamento in particolare grazie al lavoro del relatore Matteo Quadranti.

Una volontà di agire in maniera mirata che si ritrova anche in un altro atto parlamentare inoltrato questa estate da me e dal collega Alex Farinelli a nome del Gruppo PLR e che contiene altre proposte concrete: la creazione di un Tavolo della mobilità misto tecnico-politico; l’elaborazione di progetti di P&R alla frontiera, eventualmente anche su territorio italiano e finanziati dall’UE attraverso i programmi Interreg; la creazione di corsie di sorpasso privilegiate per un grado di occupazione del veicolo superiore a tre passeggeri, in modo da incentivare dinamiche più virtuose di condivisione dell’auto; l’introduzione in alcune zone di una congestion charge deducibile dalle tasse di circolazione. E ancora incentivi per il telelavoro (che permetterebbe anche di migliorare la conciliabilità fra vita familiare e vita professionale), come anche un’ottimizzazione della mobilità scolastica, ad esempio con una razionalizzazione del trasporto scolastico, un adeguamento degli orari scolastici per ridurre il congestionamento del traffico nelle ore di punta o la possibilità di stanziare sussidi ai Comuni per l’acquisto di mezzi di trasporto per allievi e per l’assunzione di personale addetto. Comuni che, evidentemente, devono essere ascoltati e coinvolti nella ricerca di soluzioni.

Di tanto in tanto il Dipartimento del Territorio porta avanti qualcuna di queste misure, ma la risposta del Governo è ancora attesa. Sarebbe meglio muoversi di più insieme, tendendo presente che il futuro è fatto non tanto di tasse, ma soprattutto di idee da concretizzare. Insieme.

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La scuola che verrà, ma senza libero passaggio

Scorrendo la Sintesi della prima fase di riflessione collettiva sulla Scuola che verrà – la proposta, con pregi e difetti, di Manuele Bertoli per rilanciare il tema della formazione nell’agenda politica cantonale – non mi ha certo stupito il fatto che, fra le moltissime condivisioni, la proposta che ha raccolto in assoluto meno consensi è quella di introdurre l’accesso diretto, dopo la scuola dell’obbligo, a qualsiasi formazione del secondario II. Quasi 60% i no, che raggiungono i due terzi fra i docenti di scuola media.

A motivare questa opposizione, che era anche la nostra di qualche mese fa, i rischi di spinta verso una ancora maggiore licealizzazione (già fra le più elevate della Svizzera) e di limitarsi a posticipare un insuccesso, come anche il pericolo di incidere negativamente sulla motivazione degli allievi e di privare il sistema scolastico di strumenti formali con i quali influenzare le scelte legate al futuro formativo degli allievi. Forse anche la delega ai docenti – implicita – del compito di orientamento scolastico e professionale. Un approccio, questo, teoricamente bello, ma di difficile applicazione (come possono i docenti conoscere, oltre alla loro materia e i loro allievi, anche tutte le scuole e tutte le professioni?) e che soprattutto andrebbe a delegittimare – invece che a rafforzare – l’apposito servizio di orientamento, al quale occorre invece garantire strumenti e se necessario risorse: da qui le proposte, formalizzate qualche settimane fa in miei due atti parlamentari, di realizzare una Cité des métiers anche in Ticino (una sorta di museo delle professioni che costituisca un prezioso luogo di incontro tra i giovani e il proprio futuro) e di formalizzare un maggior coinvolgimento – ma anche una maggiore responsabilizzazione – di genitori e mondo del lavoro nelle attività di orientamento.

Apprezzo dunque molto la scelta del Dipartimento che, appurato come la soluzione odierna che prevede una media aritmetica d’entrata al Liceo sia considerata dal rapporto insoddisfacente, ha deciso di riorientare la proposta, puntando a una definizione di criteri e profili di accesso che, cito, “possano contribuire a un orientamento e a un convincimento efficace”. Profili che ad esempio tengano conto dell’acquisizione di competenze minime in italiano e in matematica. Un criterio, questo, senz’altro utile ad esempio per il Liceo (a patto che si continui, come peraltro proposto dal PLR, a investire nei relativi laboratori a metà classe nella scuola media). Restano però aperte delle questioni in particolare per quanto riguarda le formazioni professionali. Quali saranno i criteri da considerare? E soprattutto, l’attuale offerta post-obbligatoria è quantitativamente (sulla qualità non si discute di certo) sufficiente? Domande difficili per la complessità del sistema, è vero, ma importanti, alle quali il Dipartimento dovrà rispondere nei prossimi mesi con un qualitativo coinvolgimento delle scuole professionali e delle associazioni magistrali. La strada è tortuosa, ma il cammino è in sé molto bello.

Gran Consiglio vuoto

Nuova Legge per l’Innovazione economica

In un mondo in continua e rapida evoluzione star fermi vuol dire indietreggiare. Bene dunque che oggi in parlamento abbiamo approvato la nuova Legge per l’innovazione economica. L’ho vista nascere quando lavoravo al DFE, l’ho commentata con le industrie e l’ho discussa politicamente in Sottocommissione. Dopo 4 anni di lavoro SÌ, stasera sono soddisfatto!

Leggi il rapporto commissionale approvato dal Gran Consiglio oggi

mobilità aziendale

Mozione – Realizziamo anche in Ticino una “Cité des Métiers”

Chi ben comincia è a metà dell’opera: per questo, in un mondo del lavoro sempre più dinamico, competitivo ed esigente, scegliere un appropriato percorso formativo e poi professionale è un fattore sempre più determinante per il futuro dei nostri giovani e, di riflesso, della nostra società. Per questo il ruolo dell’orientamento scolastico e professionale è centrale e nei prossimi anni deve essere considerato fra le priorità politiche del Canton Ticino: in questo senso non vanno lesinati né sforzi né – se giustificati – finanziamenti, se possibile anche identificando delle misure di risparmio compensatorie. Rientra in questo ambito il progetto della Cité des Métiers, un punto di incontro dove giovani e genitori possono informarsi costantemente sulle varie opportunità formative, ma anche dove in prospettiva si potranno organizzare mostre, conferenze e altre attività – anche alternative – di orientamento. Una sorta di museo delle professioni e dell’orientamento che potrà costituire un ulteriore e importante strumento a disposizione dei collocatori e delle collocatrici.

Il concetto di Cité des Métiers non è nuovo o sperimentale. Collaudata e funzionante è, ad esempio, l’esperienza nel Canton Ginevra, dove un centro di questo tipo esiste dal 2008 e trae spunto dalle 39 città dei mestieri sparse oggi un po’ in tutto il mondo (Italia, Spagna, Portogallo, Cile, Germania, Belgio). Il concetto di Cité des Métiers risale infatti al 1993, può contare su una rete di sostegno e di supporto internazionale ed è protetto da un label, che ne garantisce e riconosce l’uniformità e gli obiettivi. Altre 11 nuove Cité des Métiers sono oggi in fase di realizzazione nel mondo, a testimonianza del successo di questo sistemi di orientamento formativo e professionale.

Tale progetto era peraltro già previsto nella scheda 4 delle Linee Direttive 2012-2015, dove il Consiglio di Stato si è posto l’obiettivo di “Creare la Cité des Métiers, un’antenna informativa e uno sportello dove ricevere le prime informazioni su progetti professionali, di carriera o azioni di sostegno per chi è alla ricerca di un posto di lavoro o di sostegni per perfezionamenti. Questa struttura potrebbe anche garantire una serie di eventi per godere di maggiore visibilità, ma assolverebbe anche il ruolo di spazio espositivo e di animazione aperto verso tematiche legate a professioni, settori professionali, opportunità occupazionali e perfezionamenti”. Impatto finanziario previsto 500’000 CHF l’anno. Nonostante il rapporto finale del gruppo di lavoro – con tanto di proposta operativa di realizzare la struttura anche in Ticino – sia stato presentato nel maggio del 2012, nel secondo aggiornamento delle Linee direttive si specifica che il progetto è stato rimandato alla successiva legislatura, sostanzialmente per ragioni finanziarie. Dovrebbero però essere proseguiti gli approfondimenti riguardanti la localizzazione, ipotizzata nei pressi della Stazione FFS di Lugano. Chiaro è, a mente dei mozionanti, che il luogo deve essere centrale e facilmente accessibile, oltre che cercare di sfruttare delle sinergie con altri Istituti o Servizi analoghi.

I sottoscritti Deputati, convinti che l’orientamento scolastico e professionale dei giovani sia ora una priorità politica, chiedono dunque al Lodevole Consiglio di Stato di proseguire con determinazione nella realizzazione anche in Ticino di una Cité des Métiers che possa garantire un prezioso luogo di incontro fra i giovani e il proprio futuro, che non per forza deve passare dalla formazione liceale.

Nicola Pini

Alex Farinelli – Giorgio Fonio – Lorenzo Jelmini – Paolo Pagnamenta – Marco Passalia

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(RI)PARTITI

I partiti politici sono in crisi. A tal punto che il Club Plinio Verda si è provocatoriamente posto la domanda, dedicandovi una mattinata di studio, se possa esistere una democrazia senza partiti. Se per Togliatti erano la democrazia che si organizzava, oggi i partiti sono senz’altro messi a dura prova da una società sempre più liquida (e con sempre meno liquidità). Faticano a confrontarsi con la fine delle ideologie e il generalizzarsi di un modo di pensare sempre più individualista che mette in difficoltà l’associazionismo tutto, compreso quello sportivo. Faticano ad abituarsi alla personalizzazione, alla velocizzazione e alla semplificazione – spesso tendente alla banalizzazione – prodotte da una mediatizzazione quasi orwelliana.  Con una politica che, intendiamoci, fa la sua parte, ma è sempre più impegnata a rincorrere la visibilità piuttosto che le soluzioni, a cercare di piacere piuttosto che di convincere, a denunciare piuttosto che risolvere. Una politica che prende a martellate la propria credibilità e legittimità, minando l’essenza stessa della democrazia rappresentativa in cui viviamo. Una politica paradossalmente dominata dall’antipolitica, sempre più crescente, trasversale e sembrerebbe – ma non ci credo – pagante.

Un’antipolitica che – lo ha spiegato alla sessantina di presenti il sempre apprezzato Oscar Mazzoleni dell’Osservatorio della vita politica – se oltralpe è all’insegna dell’antiestablishment, qui in Ticino si declina proprio nell’antipartitismo, nel mettere sempre e comunque alla berlina i partiti e le loro espressioni formali e informali. Se è vero che essere membro di un partito non deve essere un merito preponderante (e qui degli errori in passato sono stati commessi), ora siamo all’opposto: essere di un partito è pregiudicante. “Quasi che i partiti siano un’associazione a delinquere” ho sentito dire più volte da Franco Celio, e non – dico io – un insieme di persone che si rivedono – anche con qualche sfumatura – in una visione del mondo. O meglio ancora, per dirla con Gianfranco Pasquino, uno dei massimi politologi italiani e ospite d’onore alla mattinata di riflessione, “delle associazioni volontarie di uomini e donne che alle elezioni presentano liste, programmi e candidati condivisi”. In tutta trasparenza e mettendoci la faccia, cosa non scontata all’epoca dei blog anonimi dove tutto o quasi è permesso in nome di una libertà che non è più partecipazione, ma delazione. Organizzazioni volontarie che, ha spiegato il relatore, pur se in difficoltà non stanno sparendo, stanno anzi trovando una nuova dimensione spaziale, formandosi a livello sovranazionale. Anche perché i partiti presentano delle specificità funzionali che nessun’altra organizzazione può vantare e che ne garantiscono la sopravvivenza. Infatti i partiti svolgono

  • la funzione di reclutamento, che permette il rinnovamento e la continuità;
  • la funzione narrativa e pedagogica, con i partiti che cercano di spiegare cosa è la politica e di trovare spiegazioni e soluzioni anche complesse;
  • la funzione di rappresentanza, nel paesaggio mediatico e nei consessi istituzionali, di un determinato pensiero, interesse, ideale;
  • la funzione di accountability, splendido termine anglosassone per esprime il dovere di spiegare cosa è stato fatto da parte dell’eletto e il diritto di premiare o sanzionare da parte dell’elettore;
  • la funzione di garantire la successione nel tempo, tramite un costante processo di selezione interna democratica.

Tutte funzioni che permettono ai partiti, come detto, di sopravvivere. Pasquino – provocando la gioia di molti presenti – lo ha detto forte e chiaro: i partiti esistono e continueranno a esistere, perché sono i soli che possono garantire nel tempo un governo “accettabile” – il termine è il suo – della cosa pubblica. Ed è possibile – e auspicabile – che i partiti migliorino. Le risorse di questo possibile miglioramento sono secondo Pasquino già all’interno dei partiti stessi, che devono però sapersi rinnovare, non tanto nelle persone, ma soprattutto nei metodi e nei contenuti, senza paura di mettersi in discussione. La crisi, in fondo, non è tanto DEI partiti quanto NEI partiti. Un miglioramento che, ha ricordato Mazzoleni, oggi i partiti cercano di ottenere tramite una maggiore personalizzazione dell’azione politica (mettendo dunque in avanti i cosiddetti “tenori”), un rafforzamento organizzativo, la riscoperta delle tradizioni militanti, un ritorno delle ideologie e un riorientamento tematico.

E quindi? Quindi non molliamo. Battiamoci per un partito con nuove strutture e con più democrazia interna vera. Per sempre più coinvolgimento e trasparenza. Per una rinnovata scuola di politica. Per un partito che sappia essere popolare ma non populista. Che evolva e cambi pelle ma non perda il DNA, come fosse un uomo in un nuovo mondo. Che non si scoraggi se l’air du temps premia altri approcci più roboanti e di chiusura, perché alla lunga il sistema, il lavoro, la coerenza e il coraggio pagano. Per un partito che non perda il contatto nel e sul territorio, perché la capillarità è più solida e meno volubile rispetto all’immagine. Che sappia spiegare ai giovani che essere in un partito non vuol dire esserne fagocitato, strumentalizzato o schiacciato, ma al contrario contribuire ad animarlo, per animare – a specchio – la nostra bella democrazia, fondamento della nostra società.

Connections-

Il vero odore del compromesso

Leggo sui media della mozione “Basta all’erosione della sovranità nazionale”, nella quale la Lega dei Ticinesi chiede al Consiglio di Stato – di cui detiene la maggioranza relativa – di assumere un atteggiamento più chiaro e “privo di compromessi” nella difesa della sovranità cantonale e nazionale. Non entro qui nel merito degli obiettivi dell’atto parlamentare, la mia è un’obiezione di metodo: a me non piace, anzi spaventa, quel “privo di compromessi”.

La parola “compromesso” – un tempo positiva, se non addirittura mito fondante del modello politico svizzero, il “compromesso elvetico” – sta assumendo sempre più un’accezione negativa, fino quasi a puzzare. Quasi significasse mancanza d’idealismo, integrità, di dirittura morale; mancanza di coraggio, di forza, di consistenza e perfino di onestà. Quasi significasse “calare le braghe”, arrendersi, non essere sufficientemente battaglieri. Ma nel vocabolario svizzero la parola “compromesso” ha un altro significato, quello di pragmatismo, pluralismo, tolleranza. Quello di vita. Non vuol dire né inciucio né capitolazione. Vuol dire incontrare l’altro, in una soluzione più o meno a metà strada, forse non ottimale ma positiva per tutti. Una soluzione equilibrata. La base di quel “governo attraverso la discussione” teorizzato da John Stuart Mill e opposto al “governo attraverso la forza”. Un governo peraltro che si rispecchia nel dna politico elvetico, attraverso il principio della concordanza. Solo dove c’è compromesso, c’è vita: nei rapporti personali, fra sindacati e datori di lavoro (la pace del lavoro!), nel coesistere in una nazione – senza ferirsi e senza spaccarsi – di più culture, lingue, credo, generazioni, sensibilità. Nel compromesso, a ben guardare, sta il mondo intero.

Un’attitudine, questa, ancora più necessaria in un momento in cui, dopo un periodo di crescita economica e sociale positiva più o meno per tutti, la stagnazione che stiamo vivendo alimenta divisioni, contrasti e, soprattutto, fomenta tutta una serie di pericolosi e spiacevoli “ismi”: fanatismo, populismo, sessismo, razzismo, estremismo. Se ne è parlato anche su questo giornale, partendo dall’emergere in quel di Biasca di un giovane focolaio nazista. Oggi è più che mai necessario contrapporre al “tutti contro tutti” tipico di quando suona la campanella, finita la ricreazione, un forte e chiaro “Uno per tutti. Tutti per uno”, che non a caso è dipinto sul soffitto della sala che ospita i lavori del Gran Consiglio. Il che significa, incontrovertibilmente, fare dei compromessi, tra di noi e con gli altri.

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Rimettiamoci in discussione

Ogni compito deve essere valutato periodicamente al fine di verificare se è ancora necessario e utile e se il carico finanziario che comporta è sopportabile”. A dirlo non sono io, o il PLR, ma i cittadini del Cantone che lo scorso anno – era il maggio del 2014 – si sono dotati di uno strumento di disciplina finanziaria, il freno ai disavanzi, e hanno inserito nella Costituzione cantonale questo e altri principi di gestione finanziaria. Una gestione finanziaria che deve essere all’insegna della legalità, della parsimonia, dell’economicità, dell’equilibrio a medio termine e, appunto, animata da una costante valutazione non solo di ogni nuovo, ma anche e soprattutto di ogni vecchio compito.

Meglio ricordarlo perché quando lo stato delle finanze è precario – il debito pubblico a fine 2016 si attesterà attorno ai 2 miliardi di franchi – e la necessità di ripristinare a medio termine una rotta di equilibrio finanziario è sempre più impellente – sia per non ribaltare la fattura della politica di oggi ai contribuenti di domani, sia per mantenere una certa capacità di investimento da parte dello Stato – si fa sempre più forte e intrigante la tentazione di opporsi sistematicamente a nuove spese e nuovi compiti per lo Stato. Tutto nella speranza di risolvere magicamente le cose. Un ragionamento, questo, semplicistico quanto pericoloso, perché porta con sé l’annullamento del principio stesso del Progresso. Un ragionamento direi anche irresponsabile, perché segno di una politica e di politici che non hanno né la voglia né il coraggio di valutare criticamente non solo ciò che si vuole fare, ma anche e soprattutto ciò che già si fa. A vederla bene, si tratta di una rinuncia allo stesso fare politica. O una fuga dalle proprie responsabilità.

Una fuga che non piace. Per questo risulta ancora più importante dare finalmente seguito alla mozione del gruppo PLR – primo firmatario Franco Celio – nella quale si chiede al Consiglio di Stato di esaminare l’intero corpus legislativo con l’intento di abrogare le leggi non più necessarie, che generano inutile burocrazia e costi per lo Stato, senza con ciò arrecare necessariamente discapito alle esigenze di gestione dello Stato né alla prestazione di servizi necessari alla cittadinanza. Qualcosa del genere era già stato fatto, arrivando all’abrogazione di tutta una serie di leggi desuete varate ancora nell’Ottocento: riprendiamo quel lavoro, esaminando l’insieme delle leggi, anche le più recenti, la cui reale necessità non può né deve – per questo semplice fatto – essere data per acquisita. I tempi cambiano, ma le leggi restano: non è sempre giusto così. A questa proposta del PLR, datata maggio 2010, occorrerebbe dunque e finalmente dar seguito: anche perché c’è chi sta già organizzando il Capodanno 2016…

RSI sopra le parti?

RSI sopra le parti?

Non ci sono dubbi, la RSI dovrebbe dare più spazio alle mie idee e al mio partito. Questo lo spirito – comprensibile ma non giustificabile – che anima alcuni commenti alla votazione popolare dello scorso giugno sulla reimpostazione del canone radiotelevisivo. Non siamo più nell’epoca del monopolio e dei giornali di partito, dove la radiotelevisione pubblica giocava un ruolo centrale e super partes, ma la RSI resta comunque il riferimento principale, il più seguito e in un certo senso ancora il più autorevole per una buona fetta di persone. Uno strumento d’informazione e dunque di potere – “chi controlla l’informazione controlla il potere” scriveva Orwell in “1984” – nel quale evidentemente ogni cittadino e ogni politico vogliono rivedere le proprie idee e le proprie azioni, anche in virtù della loro (probabile) partecipazione al suo finanziamento. Siamo sinceri, di destra, di sinistra o di centro, alla radiotelevisione pubblica chiediamo di confermare la nostra visione del mondo: se ciò non avviene, siamo indotti ad accusare la RSI di faziosità, disinformazione e perfino – spero solo provocatoriamente – di propaganda. Lungi da me fare la ramanzina: mi ci metto naturalmente anch’io, tra i primi a innervosirmi se non trovo corretto un resoconto sull’attività del Gran Consiglio.

Se però prendiamo un po’ di distanza emotiva, ci accorgiamo che in realtà le critiche piovono da tutte le aree di pensiero. Strano ma vero. Me ne sono reso conto durante le ricerche per la mia tesi di laurea in Storia all’Università di Losanna, poi pubblicata dall’editore L’Ulivo (“Reporter – La storia dell’informazione alla TSI”, 2011). Da sempre e da tutte le parti con, è vero, un certo spostamento del baricentro: nella prima metà del Novecento la critica alla radio viene soprattutto da sinistra, mentre con la Guerra fredda e l’avvento della TV la critica proviene maggiormente da destra. Particolarmente calda, alcuni lettori se ne ricorderanno, la metà degli anni Settanta (1974-1978). Da sinistra si criticano i legami con i partiti al potere, la lottizzazione, la “leggerezza di alcune trasmissioni”, la spettacolarizzazione dell’informazione indirizzata all’emozione facile, al “folclore nostraneggiante” e al disimpegno culturale. Da destra, invece, si contestano il conformismo progressista, il troppo spazio a visioni critiche o a tabù come la sessualità e un costante anticlericalismo. Tanto che, nel 1977, in giro per Lugano sono disseminati dei vecchi televisori dipinti di rosso e con la scritta “La TSI è rossa”.

Nella mia ricerca ho anche cercato di spiegare questa pioggia polarizzata e ambivalente di critiche con alcune ipotesi. Dalla “percezione selettiva” – concetto sociologico secondo il quale il destinatario interpreta, modifica e modella il messaggio che sente, anche alterandolo – alla specificità dei media audiovisivi rispetto ai più usuali giornali (volatilità dell’emissione, problemi redazionali, difficoltà tecniche), passando per un pubblico composito non sempre abituato e predisposto a un medium pubblico che deve riflettere “la pluralità di atteggiamenti e di opinioni”.

Fra le conseguenze dirette e indirette di quel periodo di fuoco, invece, sono da rilevare un pericoloso meccanismo di autocensura individuale (da parte del giornalista) o istituzionale (da parte della stessa RSI), ma soprattutto una positiva codificazione normativa, con da una parte l’emanazione di tutta una serie di regolamenti, direttive e codici deontologici e, dall’altra, la professionalizzazione del giornalismo e lo sviluppo di una specifica formazione professionale (dal 1969 solo interna, poi dal 1975 con l’istituzione del corso per giornalisti).

Delle risposte a mio avviso ancora attuali per fare in modo che si rispetti quanto stabilito da Legge e Concessione, vale a dire che la RSI deve contribuire “alla libera formazione delle opinioni del pubblico mediante un’informazione completa, diversificata e corretta, in particolare sulla realtà politica, economica e sociale”. Una frase che da cittadino, e da spirito liberale, non posso che condividere e difendere. Come aggiornarle, quarant’anni dopo? Soprattutto rilanciando l’idea di servizio pubblico. Che per definizione non può sempre rispecchiare gli interessi particolari, ma deve perseguire sempre quelli generali, tramite la competenza e la presenza di regole deontologicamente chiare.

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Sostegno convinto a un Festival libero

Il Festival del Film di Locarno è un gioiello che permette ogni anno al nostro Cantone di presentarsi quale attore protagonista a livello nazionale e internazionale, con la Piazza Grande che, oltre a trasformarsi in una tra le sale cinematografiche più belle e suggestive al mondo, diventa una vera e propria piazza di incontro di storie, idee, fatti e persone. Si tratta, al tempo stesso, di una finestra sul mondo (per noi) e sul Ticino (per gli altri): basterebbe questo a motivare la recente decisione del Gran Consiglio di concedere alla rassegna cinematografica un aiuto finanziario di 2.8 milioni l’anno fino al 2020.

Alla base della decisione del parlamento cantonale ci sono però altre due motivazioni.

1. In primo luogo l’indiscutibile e imprescindibile indotto economico, turistico e culturale del Festival del film di Locarno. Ricadute tra i 20 e i 30 milioni di franchi; centinaia di giovani studenti che ogni anno vi lavorano aquisendo esperienza, professionalità e solidità; il 14% dei festivalieri che ritorna in Ticino per le proprie vacanze: poche cifre mostrano che al di là degli slogan tremontiani con la cultura si mangia e si cresce, economicamente e culturalmente. Anche per questo tutta una regione, il Locarnese, si è unita e stretta attorno al suo Festival: lo si vede da una parte nei contributi pubblici da parte dei Comuni (quasi 400’000 franchi) e dall’altra nell’adesione generale al progetto di Palazzo del cinema, il quale non solo migliorerà la situazione logistica della manifestazione, ma consoliderà la qualità della rassegna cinematografica e la vocazione turistica e culturale di una regione che in questo ambito ha davvero molto da dire. Non è solo una casa: il Palazzo del cinema è un’idea di sviluppo e progresso sociale, economico e formativo attorno alla filiera dell’audiovisivo.

2. In secondo luogo gli obiettivi posti dal Gran Consiglio nel corso degli anni sono stati raggiunti: non solo vi è stata una professionalizzazione della struttura, con tutto quanto ne consegue in termini di efficienza ed efficacia operativa, ma vi è stata anche l’auspicata estensione geografica – con il coinvolgimento dei principali centri del Cantone – e temporale – pensiamo a L’immagine e la parola – della manifestazione.

È però necessario ribadire un concetto fondamentale: al Festival del film di Locarno vanno garantite la più totale libertà sui contenuti artistici e la più totale indipendenza e autonomia rispetto agli sponsor pubblici e privati. Ne va, e non credo di esagerare, della credibilità se non del futuro stesso del Festival.

Oggi vi sono infatti oltre 3’000 film festival: la concorrenza è sempre più agguerrita – Zurigo in testa – e per non subirla il Festival deve mantenere un’identità artistica precisa, che oggi significa apertura, curiosità, pluralità e libertà. Perché questo è lo spirito di Locarno, natura e forza del nostro Festival. La politica non si deve occupare né di film né di artisti, perché l’arte e solo l’arte deve rimanere al centro delle scelte. Compito dello Stato e della politica è semmai quello di porre le basi per lo svilupparsi dell’arte stessa e di garantirne e difenderne la sua libertà (peraltro garantita dalla costituzione, come la libertà di espressione). E questo anche quando il cinema è critico nei confronti dello Stato stesso. E penso al caso di Vol special, documentario ambientato in un centro di detenzione per sans papiers in attesa di essere espulsi, che nel 2011 ha scosso le coscienze mostrando la spinosa realtà di una Svizzera sempre meno “terra d’asilo”. Questa è infatti la forza di uno stato profondamente e radicalmente democratico, come noi vogliamo e dobbiamo essere, indipendentemente da quali e quante bandiere esponiamo sugli edifici pubblici.

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Non cediamo all’antipolitica

Mi dispiace leggere che per il presidente del partito socialista Saverio Lurati avere due liberali o due leghisti in Governo sia la stessa cosa. Per me avere un socialista o un verde non lo è. In un Governo composto da più partiti e persone e dal quale devono emergere proposte, riforme e visioni, non si può fare astrazione dai compagni di viaggio. Altrimenti si abdica al ruolo stesso della politica, preferendovi la sola gestione del proprio orticello.

Ora più che mai è il momento di porre le basi di un progetto fatto da una politica pulita, seria, che formi i giovani al senso civico, alla responsabilità e ai valori democratici e repubblicani, ai quali io credo. Un progetto politico per uno Stato che permetta alla sana imprenditorialità di svilupparsi e che al contempo assuma un ruolo attivo per impedire gli abusi nel mercato del lavoro e favorire il dialogo fra parti sociali. Uno Stato laico e tollerante, con una scuola pubblica di qualità. Uno Stato che garantisca la giustizia, in tutti gli ambiti, con una socialità mirata. Uno Stato che valorizzi i suoi funzionari e non permetta che vengano chiamati fuchi. Uno Stato animato da una politica progressista e aperta, agli altri e al futuro. Una politica tanto coraggiosa da riattivare gli oltre 1000 edifici industriali dismessi, tanto visionaria da liberare le strade dal traffico andando oltre le misure sui posteggi e tanto moderna da battersi per la parità di genere e l’interculturalismo.

Ora più che mai è il momento di riaffermare al centro della politica non solo il senso dello Stato, ma anche la decenza istituzionale, il principio della legalità e una cultura politica del confronto e del compromesso. L’antipolitica non è solo inerzia politica, ma è degrado della società: sdoganamento dell’insulto e del pubblico dileggio di chi è diverso o semplicemente di chi la pensa diversamente, sfiducia nelle Istituzioni, trionfo della demagogia e dell’indifferenza. Quell’indifferenza che è la morte non solo della democrazia, ma dell’uomo stesso. Liberalismo, democrazia e socialismo hanno in comune il rilievo e la valorizzazione della personalità umana. È questo un valore fondante della politica, determinante per cambiare rotta. Possibile che gli errori del passato ci condizionino tanto? Possibile che ci si sia spinti tanto oltre da nemmeno più considerare chi condivide gli stessi valori, mettendo tutti i politici sullo stesso piano? Non è forse anche questo un cedimento all’antipolitica? Ma allora cosa succederà dopo il 19 di aprile? Continueremo su strade parallele e con i paraocchi? No! Il mio è un appello, nemmeno fine a se stesso, o a me stesso, è un appello alla consapevolezza del vortice nel quale arrischiamo di cadere se i sentimenti e le sensibilità più nobili dell’uomo non riusciranno a prevalere. Chissà che da questo colpo di reni non nasca veramente un nuovo progetto politico per il Ticino. Le elezioni del 19 aprile sono l’occasione per riscattare il nostro Paese, nessuno dovrebbe restare indifferente.

Corriere del Ticino, sabato 21 marzo 2015