Supplenza SM

Le scuole che si sperimenteranno

La scuola di oggi non è certo da buttare, anzi. Ma è proprio quando le cose funzionano che è giusto riflettere su come migliorare e migliorarsi, soprattutto in un mondo dove star fermi equivale a indietreggiare. Il Gruppo PLR in Gran Consiglio ha dunque promosso e sostenuto il compromesso raggiunto in Commissione scolastica, finalizzato a investire nella scuola dell’obbligo sperimentando due modelli. Il parlamento cantonale ha infatti deciso di sperimentare non solo il modello proposto dalla Scuola che verrà, con l’introduzione nella scuola media di laboratori, atelier e momenti di differenziazione pedagogica con gruppi ridotti formati a caso, ma anche un secondo modello che – pur superando l’attuale sistema dei livelli – stabilisce una differenziazione secondo le attitudini degli allievi in alcuni laboratori (tedesco, matematica, italiano e scienze) di terza e quarta media. Modello, questo, proposto dal PLR; come proposto dal nostro partito è il fatto che la sperimentazione sia seguita da un monitoraggio serio e indipendente che speriamo fornirà spunti, dati e risultati per una decisione definitiva da parte della politica. Una decisione che sappia superare – oltre i livelli – anche i pregiudizi, i dogmi e le posizioni ideologiche. Una decisione che dovrà essere esclusivamente a favore della nostra scuola, che in un qualche modo deve venire, perché è il futuro della nostra società.

Certo, in molti liberali radicali le perplessità sul modello di differenziazione pedagogica (al posto della differenziazione curricolare) della Scuola che verràerano e restano molte, moltissime, in particolare per quanto riguarda la sua applicabilità, ma lo spirito illuminista e liberale è forte e impedisce di respingere – altrettanto dogmaticamente – una sperimentazione di un modello ritenuto dogmatico (modello al quale, ripeto, il PLR ha contrapposto un’alternativa). Sperimentiamo dunque, perché nessuno, né noi né gli altri, può avere il monopolio della scuola o della ragione.

*Editoriale di Opinione Liberale, 8 giugno 2018

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04Studioso

Prima la formazione!

Prima i nostri è un obiettivo, non uno strumento. E fra gli elementi per raggiungerlo (non il solo) vi è la formazione. Se la metà dei giovani in assistenza non dispone di un diploma secondario, come sperare che trovino un lavoro?

Si inizia con la scuola dell’obbligo: una buona scuola, ma che è giusto voler migliorare anche sperimentando nuove proposte, sia quella dipartimentale che quella commissionale. Pace se costa qualche copeco in più e se – ironia della sorte – i primainostristi non la votano.

Va poi affrontato il cantiere dell’orientamento, anche per demolire l’idea (fallace) che il liceo è la sola strada verso un posto di lavoro (anzi). Il servizio negli anni ha compiuto dei decisi passi in avanti, aprendosi. Questa è la via sulla quale puntare: ricordiamo la nostra iniziativa – accolta – per integrare anche le organizzazioni del mondo del lavoro nelle attività di orientamento e l’opposizione – riuscita – all’introduzione dell’accesso diretto, dopo la scuola dell’obbligo, a qualsiasi formazione del secondario. Nell’attesa della realizzazione anche in Ticino di una Città dei mestieri, l’invito è a fare una capatina a Espoprofessioni che si terrà la settimana prossima a Lugano. Anche perché – in un mondo in cui il 65% dei giovani che oggi iniziano una formazione da adulto svolgerà un mestiere che oggi ancora non esiste – il tema della formazione continua sarà sempre più centrale: occorre in questo senso coordinare e sviluppare l’offerta sul territorio. Evitando, se possibile, gli autogoal, come ad esempio la nuova Legge sull’edilizia posta in consultazione dal Dipartimento del Territorio che limita la direzione lavori a ingegneri e architetti, tagliando di fatto fuori alcune formazioni duali di SUPSI e Scuole Specializzate Superiori…

*Editoriale Opinione liberale

Supplenza SM

A scuola!

Dopo aver ascoltato direttori e docenti, grazie a un’amica sono tornato io a scuola, con una supplenza alle scuole medie per sentire, annusare, toccare la scuola di oggi. Perché per me fare politica significa comprendere, ascoltare e camminare qualche metro nelle scarpe degli altri prima di formarmi un’opinione. È stata un’esperienza intensa che mi ha messo alla prova (la mitologia greca era un po’ arrugginita😱), che mi ha portato a dare lezioni e a impararne a mia volta: per quanto complesso e variegato, il mondo della scuola ha bisogno che tutti i suoi attori continuino a parlarsi per costruire insieme un sistema abbastanza solido per dare ai nostri ragazzi tutti gli strumenti necessari per navigare nel mare della vita. Lunedì un altro banco…quello del Gran Consiglio 🔴🔵 Buon fine settimana

Orsoline

La scuola è tutta un’educazione alla cittadinanza

Diversi cittadini, nelle ultime settimane, mi hanno chiesto come mai avessi votato no all’introduzione dell’ora di educazione alla cittadinanza; un no che ribadirò anche al voto popolare del prossimo 24 settembre. Di certo non perché io non sia sensibile agli obiettivi della proposta, anzi, ma perché credo che gli strumenti per raggiungerli siano diversi. A fronte, ammettiamolo subito, di un reale problema di carenza civica – non solo per i giovani – che impone una riflessione da parte di scuola, politica e società tutta.

In primo luogo ho votato e voterò no perché lo scorporo porta con sé, purtroppo, un importante taglio delle ore di storia. Ed è una perdita, anche perché già oggi i docenti faticano a completare il programma stabilito. Ma il punto è un altro: la conoscenza della storia non è fine a se stessa, ma piuttosto uno strumento per leggere il presente e costruire il futuro, anche civico. A ben guardare, al di là dei programmi specifici, studiare storia è di fatto studiare civica. È importante non solo per capire chi siamo e come funzioniamo – o per conoscere e interiorizzare diritti e doveri conquistati anche con il sangue – ma soprattutto per avere solidi punti di riferimento in un mondo sempre più globalizzato e liquido.

Secondariamente ho votato e voterò no perché reputo estremamente riduttivo limitare e inscatolare l’insegnamento della civica e della cittadinanza in sole due ore mensili di materia specifica. Il senso dello Stato e delle Istituzioni non si impara a memoria come le caselline, come – evidentemente –  non lo si impara solo durante le ore di storia. Lo si impara studiando il testo argomentativo a italiano; approfondendo la geografia e a scienze quando si studia il comportamento delle api; o ancora leggendo Voltaire a francese e perfino a educazione fisica quando impariamo il rapporto tra noi e gli altri, ad esempio in un gioco di squadra. A ben guardare creare cittadini attivi e consapevoli è – e deve essere – l’obiettivo principe della scuola: si veda in questo senso l’articolo 2 della Legge della scuola, sulle finalità, un vero e proprio inno all’educazione alla cittadinanza. Istituire delle ore apposite rischia invece di deresponsabilizzare in questo senso altri insegnanti e altre materie. Se da un lato la politica cantonale invoca a gran voce il superamento dal dipartimentalismo della pubblica amministrazione, dall’altro per la scuola sembra negare l’importanza di un approccio trasversale e interdisciplinare. Fatto peraltro anche di progetti meritevoli, come quello della Gioventù dibatte, che permette a giovani allievi di sperimentare per davvero il confronto democratico, per giunta tirando a sorte le posizioni da argomentare, anche per spiegare che spesso le ragioni non stanno mai totalmente da una parte o dall’altra. Facciamo di più, ma facciamolo innovando, cercando nuove vie, coinvolgendo il territorio.

Ecco perché, pur apprezzando il lungo e laborioso lavoro della Commissione scolastica teso alla ricerca di un compromesso tra Dipartimento e iniziativisti (anche se alla luce dei fatti sminuito dal mancato ritiro dell’iniziativa), ho votato e voterò no a quanto proposto. E forse, a ben vedere, non è così male che se ne parli, così possiamo dibattere su quale tipo di scuola vogliamo, anche perché la scuola di oggi è il Paese di domani, il suo prodotto interno lordo e il suo mercato del lavoro, ma anche i suoi valori, la sua tenuta e la sua coesione.

* Pubblicato su La Regione di oggi

Scuola

Docenti motivati = scuola di qualità!

Oggi per moltissimi giovani è stato il primo giorno di scuola, il famoso primo lunedì: dalla scuola dell’infanzia al liceo, si tratta di un nuovo percorso, un nuovo viaggio in cui prende forma un rapporto stretto fra allievo e docente che va ben oltre la mera trasmissione del sapere. Se il ruolo dell’allievo vagamente lo conosciamo – tutti noi siamo stati a scuola – è più difficile immaginarsi quello del docente, anche perché si sente di tutto e di più sulla categoria, nel bene come nel male. Ascoltando i miei ex-colleghi di studi ora impegnati nell’insegnamento, però, deduco che sia un ruolo tutt’altro che scontato. Oggettivamente, gli oneri aumentano – sempre maggiori compiti e allungamento degli studi – mentre gli onori sprofondano: se un tempo ul sciur maestro era una sorta di istituzione vivente – il suo parere era autorevole e la saltuaria ramanzina era accompagnata da quella dei genitori – oggi sembra quasi che i docenti non solo siano tutti dei perfetti lazzaroni (fuchi, dice qualcuno), ma non possano nemmeno riprendere alcuni allievi senza scatenare l’ira dei genitori.

E se, come credo, una scuola di qualità è diretta conseguenza di un parco docenti motivato e di qualità, appare fondamentale sostenere, motivare e valorizzare tale categoria professionale. Come? Per alcuni tramite un aumento dei salari. Forse. Forse però anche attraverso lo scarico – tramite un accresciuto peso e ruolo delle direzioni – delle funzioni burocratiche e non legate all’insegnamento della materia, come anche all’introduzione di una cultura della formazione continua – magari tramite corsi organizzati dai docenti stessi e con riconoscimento finanziario o in termini di carriera per i partecipanti – o alla facilitazione di attività parallele di ricerca o divulgazione, le quali permetterebbe forse di accrescerne l’autorevolezza all’interno della società.

Il mio auspicio è infatti che i docenti riacquistino quel rispetto che meritano e che questi si dedichino anima e corpo al bene di ogni singolo giovane, trasmettendo l’importanza della corretta ortografia così come il rispetto per ogni compagno, insegnando i corretti calcoli da compiere e i valori che caratterizzano il nostro territorio: investiamo con intelligenza nell’intelligenza!

L’ora degli SMS

Quale Ticino fra 20 anni?

Nicola Pini – Presidente Giovani liberali radicali ticinesi

(pubblicato su Opinione Liberale, 26.3.2010)

Un Ticino contraddistinto da una scuola di qualità e accessibile a tutti che offra a chiunque gli strumenti per realizzare i propri sogni e per vivere da uomo libero, responsabile, felice e realizzato in una società aperta intellettualmente e sicura economicamente.

Leggi tutti gli SMS

ACCENT – Das Organ der Jungfreisinnigen Schweiz:”La Rentrée universitaire” (03/08)

Rentrée universitaire – Die Uni hat uns wieder

Nicola Pini, Vorstandsmitglied jfs und Chefredaktor Accent

(editorial, publié in ACCENT, Ausgabe 03/08)

« Pronti, partenza…via » : c’est la Rentrée ! Après deux mois de vacances, de travail, de stage ou d’étude en vue de la session d’examens, la reprise des cours pèse encore une fois sur la vie des étudiants. Les Jeunes Libéraux Radicaux Suisses ne peuvent que s’intéresser à cette rentrée académique, non seulement car ils comptent parmi eux plusieurs sections universitaires et de hautes écoles – qui seront d’ailleurs présentées à partir de la page 12 – mais aussi parce que la formation est un des piliers fondamentaux de la politique des JLRS : d’après nous, en effet, la matière grise doit être considérée comme la matière première de notre pays ! Die Jungfreisinnigen sind überzeugt davon, dass Bildung und Forschung wichtige Grundlagen unseres Wohlstandes sind: Deshalb müssen wir diesem Bereich Sorge tragen. Insbesondere kämpfen wir für ein qualitativ hochwertiges und schweizweit harmonisiertes Schulsystem. La particolare attenzione per l’istruzione e la formazione ha lasciato segni indelebili anche in Ticino: si deve proprio ad un’iniziativa dei Giovani liberali radicali l’introduzione, qualche anno fa, dell’ora di Civica nella scuola dell’obbligo.

Ce numéro est donc consacré dans sa totalité à la formation : die Ausbildung. D’une part il se focalise sur des sujets relatifs à l’instruction scolaire au sens large du terme, comme le projet HarmoS, la question de la liberté de choix de l’école et le travail de la commission parlementaire de la science, de l’éducation et de la culture; d’autre part il se penche sur des thèmes qui concernent plus concrètement la large majorité des étudiants des hautes écoles : on s’est donc interrogé sur le rapport entre la politique et l’Université, sur la question du financement des études et sur l’efficacité du Système de Bologne.

Le corpus des auteurs est constitué par un mélange entre d’une part des jeunes qui – comme vous –  ont la passion de la politique et de l’autre des personnalités remarquables, tels que le Président Fulvio Pelli, le Secrétaire d’Etat Mauro Dell’Ambrogio, le Conseiller National Ruedi Noser, les politologues Oscar Mazzoleni et Ioannis Papadopoulos. Le but est de créer un équilibre, le même équilibre que l’on doit retrouver dans toute formation complète, solide et efficace, qui doit être composée de deux types précis de savoirs: un savoir général, qui permet de bien vivre et de comprendre la société d’aujourd’hui, et un savoir spécifique, qui doit garantir des débouchés professionnels adéquats après les études. Bonne reprise académique à toutes et à tous !

Sfoglia Accent 03-08

La scuola prima del Franscini

La scuola prima del Franscini

La scuola “ticinese” tra 1500 e 1800: una realtà sociale forse sottovalutata 

Nicola Pini e Matteo Rossi 

(pubblicato in Azione, 11.12.2007, p. 2) 

Vista la cadenza del 150° anniversario della morte di Stefano Franscini, avvenuta nel 1857, non si fa che illustrare il ruolo del Padre della popolare educazione, senza però soffermarsi su quello che era la scuola pre-fransciniana, una scuola che ha fornito allo statista ticinese delle fondamenta sulle quali costruire un sistema scolastico pubblico, solido ed efficace. Premessa: il ruolo del Franscini è stato senza dubbio fondamentale; non solo ha generalizzato la scuola concretizzando l’obbligo di frequenza e l’allargamento dell’istruzione alle ragazze, ma ha pure fatto in modo che lo Stato – il Canton Ticino – ne prendesse saldamente in mano le redini, assicurando dunque un buon funzionamento e, soprattutto, una continuità dell’istituzione scolastica. Ben lungi dal voler sminuire il ruolo avuto dal Franscini, dunque, lo scopo è quello di esplorare la scuola tra il 1500 e il 1800, ovvero prima della sua istituzione da parte dello Stato negli anni trenta/quaranta dell’Ottocento, e quindi prima dell’intervento dello stesso Franscini, che non può essere considerato come l’anno zero dell’istruzione scolastica nella nostra regione. 

Bisogna infatti notare come la rete scolastica nei Baliaggi svizzeri d’Italia, che dal 1803 formeranno il Canton Ticino, si è costituita progressivamente già a partire dal XVI° secolo, per raggiungere, alla fine del XVIII°, un livello ragguardevole: lo storico Ivan Cappelli (cfr. Cappelli I., Manzoni C., Dalla canonica all’aula – Scuole e alfabetizzazione da San Carlo a Franscini, Pavia, 1997) mostra come alla fine del Settecento siano ben 238 le scuole riscontrate complessivamente sul territorio. In altre parole, alla nascita del Franscini, sul calare del Settecento, il 90% delle comunità è già stato dotato di una scuola propria. Certo Cappelli si limita a considerare gli atti di fondazione delle scuole, senza preoccuparsi di un eventuale scioglimento di quest’ultime, ma il suo studio lascia comunque intendere una certa tendenza espansiva degli apparati scolastici, come anche – e soprattutto – un crescente interesse manifestato dalle diverse comunità per quanto riguarda l’istruzione.

Come spiegare, dunque, questa precoce e capillare diffusione delle scuole iniziata già nella seconda metà del Cinquecento? Il pregevole studio di Cappelli e Manzoni ci suggerisce tre fattori che, ben radicati e accavallati nella realtà sociale ed economica della regione, hanno spinto le comunità locali a dotarsi di una scuola. Un primo input, riscontrabile soprattutto nel Sottoceneri, è dato dalla presenza dei maestri d’arte (capimastri, tagliapietre, marmorini, stuccatori, ecc.) che, per poter esercitare al meglio le loro attività professionali e artistiche, necessitavano di un’istruzione vasta che spaziava dalla lettura alla scrittura, dal disegno tecnico al calcolo. Secondariamente l’emigrazione, un fenomeno strutturale nelle società alpine e prealpine che non ha risparmiato la nostra regione: saper leggere e scrivere per avere migliori possibilità lavorative all’estero, per poter controllare i propri affari autonomamente ma soprattutto per poter comunicare epistolarmente con i famigliari. Da notare come non solo l’emigrazione qualificata dei cosiddetti maestri d’arte sia stato un fattore propulsore dell’istruzione, ma pure l’emigrazione non qualificata, quella degli spazzacamini della Valle Verzasca per intenderci, che ha permesso alle Valli di raggiungere un notevole livello di insediamenti scolastici. La condizione di piccoli proprietari terrieri costituisce il terzo fattore di spinta verso la scolarizzazione: per amministrare e gestire a dovere i propri possedimenti l’istruzione di base era necessaria, se non fondamentale. Raffaello Ceschi (Ceschi R., “La scuola per formare il cittadino”, in Nel labirinto delle valli. Uomini e terre di una regione alpina: la Svizzera italiana, Bellinzona, 1999) aggiunge infine un fattore politico, l’autogoverno: l’amministrazione del territorio e dei beni comuni era infatti opera di istituzioni locali e democratiche – alle quali evidentemente si sovrapponevano i landfogti, le autorità designate dai cantoni elvetici – composte, a turno e secondo cariche rotative, da alcuni membri della comunità stessa. Ciò imponeva dunque la presenza di individui forniti dell’istruzione basilare e in grado di assumere a turno le diverse cariche amministrative e cancelleresche. Anche se, paradossalmente, il sindaco di Bodio, paese natale del Franscini, si dichiara essere, ancora nel 1821, analfabeta.

La formazione di un numero importante di scuole nella regione è dunque il frutto di una domanda proveniente dal basso, dalle comunità, dai singoli cittadini, dalla popolazione stessa in ragione di un contesto sociale, economico e politico particolare che richiedeva, per un motivo o per l’altro, un’istruzione di base. È la società stessa – o quantomeno una parte di essa – che esigeva una scuola, che ne sentiva il bisogno vitale, come lo testimonia d’altronde il numero importante di lasciti o legati in suo favore.

Resta da vedere chi ha risposto a questa richiesta, a questa esigenza di istruzione da parte delle comunità. Se da un lato il ruolo dello Stato è stato pressoché trascurabile sino all’intervento del Franscini – i Cantoni Sovrani e la Repubblica Elvetica non hanno agito concretamente, limitandosi a qualche sporadico proclamo, mentre la legge promulgata nel 1804 dal neonato Canton Ticino non conosce, nella pratica, una reale applicazione – dall’altro il ruolo della Chiesa è stato più rilevante, anche se, per la scuola del futuro Ticino, non fu tanto importante la Chiesa in quanto istituzione, ma piuttosto la sua base, composta dai parroci di paese e quindi da quella parte del clero più vicina alla gente, più a contatto con la realtà sociale del paese e dunque più incline ad esaudirne le richieste. Il parroco, in effetti, cristallizza in sé la figura del maestro per eccellenza della scuola pre-fransciniana, in ragione della sua disponibilità, del basso costo economico (spesso l’obbligo di insegnare era inserito nei doveri di parroco, e dunque gratuito) e del suo stato culturale elevato, specialmente dopo la Controriforma voluta dalla Chiesa per contrastare la Riforma protestante.

Nell’ottica di un discorso più qualitativo, Cappelli distingue le scuole informali da quelle formali: se le prime dipendono esclusivamente dall’arbitrio del cappellano, le seconde sono rette, alla loro base, da un documento che impone al parroco di tenere a scuola li filiuoli; una specie di contratto – il capitolato – di cui il più antico, datante 1545, obbliga il parroco di Meride ad insegnare ai ragazzi del paese a leggere, scrivere e le buone maniere. Le scuole formali, sempre più numerose con il passare del tempo, sono evidentemente le più sicure e durature in quanto poste sotto il controllo e la tutela costante della comunità che, in caso di insoddisfazione, poteva rivolgere una lamentela direttamente al vescovo. La frequentazione delle lezioni poteva essere a pagamento oppure gratuita: in quest’ultimo caso il costo del prete-maestro era assorbito da qualche lascito/legato oppure pagato dalla comunità stessa attraverso i vicini, gli odierni patrizi. Da notare come nel Sottoceneri dominino le scuole a pagamento in ragione della grande importanza dell’artigianato nella regione: l’artigiano ha la volontà di garantire un buon lavoro ai discendenti e soprattutto possiede i mezzi finanziari per mandare il proprio figlio a scuola; al contrario nelle Valli sopracenerine, vista la povertà che vi regna sovrana, prevalgono le scuole gratuite: una scuola a pagamento sarebbe al di sopra delle possibilità degli abitanti delle Valli a volte già di per sé reticenti – si consideri che, anche se gratuita, la scuola costituiva un manco di guadagno visto che i ragazzi non lavoravano e, al contrario, si limitavano a consumare. Anche se, comunque, la copertura scolastica, durante l’anno come giornalmente, era strettamente legata, se non dettata, dai bisogni economici della comunità e dunque dall’agricoltura o dall’allevamento.

Si nota dunque una scuola che si plasma, che si modella in funzione della società: una scuola che deve in primo luogo rispondere alle esigenze socioeconomiche delle comunità che ne favoriscono la fondazione e che ne assicurano il mantenimento. Una scuola sulla cui efficacia si può certo disquisire e dibattere, specialmente per quel che concerne la scarsa frequentazione o i modelli didattici d’insegnamento, ma comunque una realtà concreta (dominano infatti le scuole formali), capillarmente diffusa, fortemente voluta dalle comunità e, come detto, strettamente funzionale ai bisogni della società: se il Ticino è a metà Ottocento una delle aree più alfabetizzate d’Europa lo si deve anche alla scuola pre-fransciniana. L’importante intervento del Franscini, dunque, sistematizza, generalizza e istituzionalizza una scuola che ha già mosso, autonomamente, qualche (timido) passo.