Festival del Film di Locarno

Open Doors, Open mind!

Mi è salita la pelle d’oca quando, dal palco del FEVI – e purtroppo non da quello di Piazza Grande, comunque non vuota, nonostante i fastidiosi capricci di Giove Pluvio – Kabir Bedi, tagliando la pioggia con le parole e non con la scimitarra di Sandokan, ha lodato il Festival del film di Locarno per il suo ruolo motore nella promozione dell’innovazione – il nostro Pardo, in effetti, gode di una straordinaria reputazione come festival delle scoperte di giovani talenti e nuove tendenze nel mondo del cinema – e soprattutto nella valorizzazione di giovani produttori e registi indipendenti dei paesi emergenti, in particolare tramite la sezione Open Doors, nata alcuni anni fa grazie all’impulso della Confederazione e più nello specifico della Direzione dello sviluppo e della cooperazione, che ne rimane il principale sostenitore.

Un’iniziativa molto interessante che permette non solo di aprire al pubblico festivaliero una finestra sul mondo, offrendogli una selezione particolarmente rappresentativa dell’universo cinematografico e culturale della regione scelta, ma anche di trasformare la rassegna cinematografica locarnese in un laboratorio di coproduzione che propone la messa in rete di professionisti di quella regione – in questo caso l’India – e potenziali partner per la produzione e distribuzione di nuovi progetti cinematografici. Il tutto allo scopo non solo di sviluppare e consolidare l’industria cinematografica e l’economia locale dei paesi del Sud del mondo – anche perché, vale la pena ricordarlo di tanto in tanto, la Svizzera è ancora lontana dalla soglia dello 0,7% del PNL, stabilita dall’ONU, da dedicare ai fondi per l’aiuto allo sviluppo – ma anche di fornire un sostegno fattivo a questi giovani professionisti che l’altra sera hanno potuto beneficiare, oltre che delle opportunità offerte dalla piazza d’incontro festivaliera, anche dell’abbraccio del popolo festivaliero, che ne ha apprezzato il coraggio, l’intraprendenza e soprattutto la libertà, fondamento della produzione indipendente e probabilmente anche essenza stessa del Pardo nostrano.

Un’essenza ben descritta, nei suoi recenti discorsi locarnesi, dal Consigliere federale Didier Burkhalter, il quale – parlando dello “spirito di Locarno” – ne ha esaltato l’ “apertura”, la “curiosità”, la “pluralità” e, appunto, la “libertà”, giustamente definita “la forza motrice di un film e spesso anche il suo messaggio”. Proprio per questo, ha continuato il ministro della cultura, “il compito dello Stato è quello di garantire e difendere in modo assoluto questa libertà dell’arte”, peraltro garantita – unitamente alla libertà d’espressione – dalla nostra Costituzione, quale diritto fondamentale e inviolabile. Anche se questa libertà, come nel caso di Vol special, documentario ambientato in un centro di detenzione per sans papiers in attesa di essere espulsi, scuote le coscienze mostrando la spinosa e imbarazzante realtà di una Svizzera sempre meno “terra d’asilo”.

Lo ammetto, non sono un esperto in materia, dunque il mio occhio e giudizio non sarà né più né meno autorevole di quello della maggior parte degli appassionati che visitano e vivono i consueti dieci giorni, nelle sale, in Piazza e in Rotonda, il mio è soltanto un desiderio: che il nostro Festival continui su questa strada di apertura, inventiva, fiducia nei giovani, amore per la libertà e spirito critico. Per il resto…ci si abboni a bluewin-tv.

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