La scuola che verrà, ma senza libero passaggio

Scorrendo la Sintesi della prima fase di riflessione collettiva sulla Scuola che verrà – la proposta, con pregi e difetti, di Manuele Bertoli per rilanciare il tema della formazione nell’agenda politica cantonale – non mi ha certo stupito il fatto che, fra le moltissime condivisioni, la proposta che ha raccolto in assoluto meno consensi è quella di introdurre l’accesso diretto, dopo la scuola dell’obbligo, a qualsiasi formazione del secondario II. Quasi 60% i no, che raggiungono i due terzi fra i docenti di scuola media.

A motivare questa opposizione, che era anche la nostra di qualche mese fa, i rischi di spinta verso una ancora maggiore licealizzazione (già fra le più elevate della Svizzera) e di limitarsi a posticipare un insuccesso, come anche il pericolo di incidere negativamente sulla motivazione degli allievi e di privare il sistema scolastico di strumenti formali con i quali influenzare le scelte legate al futuro formativo degli allievi. Forse anche la delega ai docenti – implicita – del compito di orientamento scolastico e professionale. Un approccio, questo, teoricamente bello, ma di difficile applicazione (come possono i docenti conoscere, oltre alla loro materia e i loro allievi, anche tutte le scuole e tutte le professioni?) e che soprattutto andrebbe a delegittimare – invece che a rafforzare – l’apposito servizio di orientamento, al quale occorre invece garantire strumenti e se necessario risorse: da qui le proposte, formalizzate qualche settimane fa in miei due atti parlamentari, di realizzare una Cité des métiers anche in Ticino (una sorta di museo delle professioni che costituisca un prezioso luogo di incontro tra i giovani e il proprio futuro) e di formalizzare un maggior coinvolgimento – ma anche una maggiore responsabilizzazione – di genitori e mondo del lavoro nelle attività di orientamento.

Apprezzo dunque molto la scelta del Dipartimento che, appurato come la soluzione odierna che prevede una media aritmetica d’entrata al Liceo sia considerata dal rapporto insoddisfacente, ha deciso di riorientare la proposta, puntando a una definizione di criteri e profili di accesso che, cito, “possano contribuire a un orientamento e a un convincimento efficace”. Profili che ad esempio tengano conto dell’acquisizione di competenze minime in italiano e in matematica. Un criterio, questo, senz’altro utile ad esempio per il Liceo (a patto che si continui, come peraltro proposto dal PLR, a investire nei relativi laboratori a metà classe nella scuola media). Restano però aperte delle questioni in particolare per quanto riguarda le formazioni professionali. Quali saranno i criteri da considerare? E soprattutto, l’attuale offerta post-obbligatoria è quantitativamente (sulla qualità non si discute di certo) sufficiente? Domande difficili per la complessità del sistema, è vero, ma importanti, alle quali il Dipartimento dovrà rispondere nei prossimi mesi con un qualitativo coinvolgimento delle scuole professionali e delle associazioni magistrali. La strada è tortuosa, ma il cammino è in sé molto bello.

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