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Riflessioni post tragedia

Il terreno è esploso a causa dell’acqua caduta dal cielo e due persone sono state travolte dalla frana. Una disgrazia, un disastro figlio di un capriccio imprevedibile di una natura che in Malcantone è ancora una madre quasi intatta e, in questo caso, matrigna.

Uno sguardo al futuro

Questa fatalità – superato lo shock iniziale e dominato il dolore – suscita però qualche riflessione su un territorio, quello ticinese, alpino e subalpino, scosceso e instabile. Molte calamità sono dovute a questo aspetto morfologico, e molte – come questa – non si possono prevedere, ma quanti casi sono “in sonno”? Quante frane e torrenti incombono minacciosi, senza che se ne sappia? Spero pochi, ma forse tanti. Il Dipartimento del territorio non può naturalmente avere tutto monitorato, ma forse qualcosa di più si potrebbe fare quanto a prevenzione. Come detto non è il caso di Bombinasco, ma molti insediamenti abitativi e produttivi si trovano sotto, sopra o ai bordi di potenziali o immaginati luoghi erosi o pericolanti, senza che per questo che si impediscano costruzioni.

E uno al passato

Eppure, le catastrofi italiane che hanno squassato Genova dovrebbero lanciare l’allarme sulla cementificazione selvaggia e su quanto si sottovalutino i danni ambientali, ma da noi sono almeno vent’anni che le zone edificabili stanno mangiando le zone agricole o verdi e non si sa quanto questo processo sia ragionato. Un bisogno di allargamento urbano che cozza contro le forze naturali, violandole e scatenandole. La risposta non si fa attendere, basti pensare al caso del Valegion di Preonzo. In quel luogo, sotto una montagna friabile e immensa, è stata aperta una zona industriale che negli ultimi dieci anni è stata evacuata almeno cinque volte e la strada chiusa a causa dei detriti che si sono staccati dalla cima. Ma le fabbriche sono ancora lì, la montagna monitorata costantemente, le opere di contenimento sono state enormi, con costi che si impennano.

Per evitare questi drammi

Come il Valegion, altri anfratti dei nostri dirupi, altre acque selvagge aspettano di esplodere. Spero si faccia un registro di questi pericoli, immaginando e realizzando contenimenti e risanamenti. E che prima di urbanizzare un territorio, si facciano perizie geologiche approfondite. Una sola vita umana salvata per merito della prevenzione basta da sola a giustificare ogni ricerca, ogni costo e ogni rinuncia. Che le due vittime di Bombinasco, vittime del destino, siano – magra consolazione – almeno di monito per incamminarsi su una strada ineluttabile: quella della difesa del territorio e di chi ci vive. Altrimenti, possiamo dirci criminali. Tutti.

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